Dieci giorni per essere padri (e non per tutti): la mappa del congedo in Italia

«Le disuguaglianze territoriali riflettono la carenza dei servizi nel Mezzogiorno», spiega Antonella Inverno, commentando i dati Inps elaborati da Save the Children alla vigilia della Festa del papà
March 18, 2026
Una manifestazione di padri
Una manifestazione di padri
In un Paese come l’Italia che si interroga da anni su come affrontare la denatalità, c’è un tema che probabilmente non è ancora emerso abbastanza: finché il tempo dedicato ai figli sarà percepito come un’eccezione alla produttività anziché come un investimento sociale, il congedo di paternità resterà un privilegio per pochi, lasciando le famiglie sole di fronte a un impoverimento che non è solo economico, ma di prospettive. In vista della Festa del Papà, a mostrare che appunto il congedo non è ancora una misura davvero universale – più per ragioni economiche e politiche che per resistenze culturali – sono i dati Inps elaborati da Save the Children, che restituiscono l’istantanea di un Paese in cui il congedo di paternità di 10 giorni (che spesso non è neppure sfruttato interamente) pur essendosi consolidato come prassi per la maggioranza dei padri, manifesta profonde asimmetrie strutturali, soprattutto tra Nord e Sud.
Sebbene nel 2024 la misura abbia coinvolto oltre il 64% dei padri lavoratori dipendenti, per un totale di 181.777 beneficiari, il ritmo di crescita che ne aveva caratterizzato l’introduzione sembra aver perso slancio, delineando un quadro di sostanziale stabilità che nasconde disparità ancora marcate. Circa tre utilizzatori su cinque risiedono nelle regioni settentrionali, mentre il Centro e il Sud si attestano rispettivamente al 19% e al 22%. All’interno di queste macro-aree, la Lombardia catalizza il 38,2% delle fruizioni del Nord, il Lazio il 45% di quelle centrali e la Campania il 28,5% di quelle meridionali. «Le disuguaglianze territoriali riflettono la carenza dei servizi nel Mezzogiorno più che una questione culturale. Come denunciamo spesso, al Sud mancano più che altrove asili nido, mense scolastiche, tempo pieno a scuola...», spiega ad Avvenire Antonella Inverno, responsabile Ricerca e analisi dati di Save the Children. L’altra faccia di questa medaglia è il numero più alto di madri inoccupate nel Meridione, ossia che vengono “espulse” dal mercato del lavoro o faticano a entrarvi dopo la nascita di un figlio, «una dinamica che va a consolidare la mancanza di condivisione equa tra i due genitori del carico di cura». Un tema che non riguarda solo il bilancio familiare, ma anche quello dello Stato perché, come ampiamente dimostrato, «avere donne che possono prendere pienamente parte al mondo del lavoro, con le stesse prerogative degli uomini al momento della nascita di un figlio, si tradurrebbe in punti percentuali di Pil in più».
L’Italia invece continua ad andare a due velocità, e non solo tra Settentrione e Meridione. Il padre che accede al congedo ha di solito un impiego stabile e a tempo pieno, e lavora per una grande azienda. Le differenze territoriali si riflettono anche nella quantità di tempo speso con i neonati: se nel Nord-Est e nel Nord-Ovest si registrano durate superiori in confronto a quelle del Centro (rispettivamente +0,52 e +0,43 giorni), al Sud e nelle Isole la fruizione è inferiore (-0,38 e -0,36 giorni). «Nel Mezzogiorno prevalgono piccole e medie imprese, un altro fattore che influisce sulle minori richieste di congedo», sottolinea Inverno. A determinare l’effettivo esercizio di questo diritto è anche la tipologia contrattuale e professionale, nonché lo stipendio. I lavoratori full-time usufruiscono mediamente di quasi due giorni in più rispetto ai colleghi part-time, e chi gode di un contratto a tempo indeterminato supera di mezza giornata chi è assunto a termine. Anche il ruolo aziendale gioca un peso specifico. Dirigenti e impiegati tendono a prolungare l’assenza di circa un giorno in più rispetto ai lavoratori manuali. Inoltre, «i redditi più bassi chiedono il congedo meno dei redditi alti, ma sempre nei limiti della fascia media, perché dopo una certa soglia di reddito i livelli retributivi più elevati risultano associati a un uso meno esteso della misura: segno che comunque permane una cultura aziendale spesso poco consapevole del fatto che la misura e la paternità in generale non tolgono niente alla produttività. Se da una parte il fatto che la maggioranza degli uomini ricorra al congedo è sintomo della sua utilità, dall’altra lo stallo attuale indica che probabilmente le stesse famiglie andrebbero ulteriormente edotte «sui benefici che l’accudimento precoce dei neonati anche da parte del padre porta sia al bambino che ai due genitori». Prova ne è anche il fatto che il congedo parentale – che può essere usato invece sia dalla madre che dal padre – nella maggior parte dei casi viene richiesto dalle donne.
Dinanzi a tale disomogeneità, appare evidente la necessità di rafforzare strumenti strutturali che garantiscano un accesso equo al congedo di paternità e indeboliscano lo stigma verso chi ne usufruisce. «Dovrebbe essere compito della Repubblica sostenere questo cambiamento e incentivarlo attraverso misure adeguate, a partire da quella per un’equiparazione al congedo di maternità e da quelle all’interno degli ambienti di lavoro, per far sì che i padri che decidono di prendersi cura dei propri figli, e quindi di far valere un loro diritto, non siano ostacolati negli avanzamenti di carriera o retributivi», conclude la responsabile della ricerca. Investire su misure che riducano queste distanze significa, secondo il messaggio lanciato da Save the Children, investire sul benessere dei bambini, sulla qualità della crescita e del futuro delle prossime generazioni.

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