Avere 18 anni, oggi: niente patente, il sogno di un lavoro “ricco” e di tempo libero
La fotografia in chiaroscuro dei 600mila ragazzi che quest’anno diventeranno maggiorenni in Italia. Nati nell’era dell’iPhone e dei social, restano a casa, sognano soldi e (i maschi) rinunciano alla patente

Votare, avere la patente, firmare documenti e contratti. A scuola poter giustificare le assenze e parlare direttamente con gli insegnanti. Arriva il giorno in cui si diventa legalmente adulti, autonomi, e liberi di fare ogni cosa: viaggiare, prenotare hotel, gestire il conto corrente. Da un momento all’altro si diventa anche responsabili delle proprie azioni, civili e penali, a cominciare dal rispetto del codice stradale. Da sempre e per tutti compiere 18 anni rappresenta una svolta cruciale e definitiva tra la giovinezza e l’età adulta. Ma che cosa significa diventare maggiorenni oggi, in un mondo sempre più digitale e interconnesso, tanto complicato nella sua realtà economica e sociale? E loro, i nostri diciottenni, chi sono e come stanno? Quali sono i loro sogni, i desideri e le paure? Secondo l’ultima rilevazione Istat i neo maggiorenni italiani sono 588mila, ripartiti quasi equamente tra maschi (52%) e femmine (48%), un numero sempre più ridotto nel panorama demografico del nostro Paese. Quasi tutti vivono ancora in famiglia (98%), più di tre quarti di loro sono studenti (76%) e in un caso su tre si trovano nel Nord Italia (26,5%). Sono nati all'indomani del primo iPhone, nel 2008, l’anno in cui arrivano in Italia le piattaforme Youtube e Facebook, poi affiancate da Instagram e Tik Tok. Sui social la loro crescita è stata osservata fin dai primi giorni di vita, sotto lo sguardo degli altri, documentata e commentata dai genitori. E il digitale loro ce l’hanno nel Dna come un’incredibile risorsa che permette di raggiungere all’istante ogni informazione, di ottimizzare tempo e denaro. Sono imbattibili, per esempio, nelle spese online e nel programmare i viaggi in rete, tanto da diventare riferimento anche in famiglia, come dei veri e propri responsabili acquisti.
Lo testimonia in modo esemplare Lorenzo. «L’estate scorsa sono riuscito a organizzare in mezza giornata le vacanze di famiglia, prenotando voli e alloggi. Siamo stati in Africa, un’esperienza indimenticabile. Mi hanno fatto promettere che d’ora in poi sarò sempre io ad occuparmene». Tra digitale e mondo reale «questa loro straordinaria capacità è una vera rivoluzione nel nostro Paese», sottolinea il sociologo Francesco Morace, presidente dell’istituto di ricerca internazionale Future Concept Lab, che ha sviluppato la ricerca “Cosa vuol dire avere 18 anni oggi”, in collaborazione con la piattaforma Subito. Indagine che restituisce un’istantanea dei neo maggiorenni. «Emotivi competenti, così potremmo definire questi ragazzi, che sanno affrontare il consumo con consapevolezza e senso critico», informa il sociologo. «Noi li chiamiamo ExperTeens i giovani che hanno tra i 17 e i 19 anni, perché si caratterizzano per una maggiore pragmaticità e competenza rispetto a chi ha un’età compresa tra i 13 e i 15 anni», chiarisce Morace, autore insieme a Linda Gobbi del testo edito da Egea “Ma quale Gen Z? Attitudini, valori e comportamenti di una generazione che sfida i luoghi comuni”. «Lo studio rivela che, nonostante le risorse e le competenze nella realtà virtuale, è su quella reale che i diciottenni puntano desideri e progetti. Cercano relazioni e affetti fuori dalla rete, un lavoro che sia concreto e che li appassioni. Guardano alla vita che verrà con qualche timore ma anche con speranza, convinti che il futuro si costruisce già nel presente. E, anche se si tratta di una minoranza, ci sono ragazzi che vogliono contare subito su un’occupazione stabile». Tra loro c’è Beatrice, che si racconta. «Il giorno in cui ho festeggiato i 18 anni non l’ho vissuto come un grande cambiamento. Lavoravo già, avevo appena finito lo stage per diventare parrucchiera, che poi è il mio lavoro attuale, un impegno cominciato ancora prima nel negozio di papà. Secondo me ognuno di noi diciottenni ha una prospettiva diversa che dipende molto dall’educazione familiare», aggiunge. «I miei genitori mi hanno insegnato l’importanza dell’autonomia e adesso, a 18 anni, grazie al mio lavoro mi sento già molto cresciuta come persona».
Una generazione fatta di contraddizioni
Secondo l’antropologo Leonardo Menegola il momento in cui oggi si raggiunge la maggiore età ha sempre meno significato simbolico. «I riti di passaggio di una volta sono ormai svuotati. Prendere la patente, per esempio, è considerato ancora un traguardo per i ragazzi che vivono in provincia, dove occorre spostarsi autonomamente. Ma nei contesti urbani spesso si rimanda grazie alla comodità dei mezzi pubblici. Conta piuttosto l’aspetto di genere, cioè sono sempre di più le ragazze che si organizzano subito per poter guidare un proprio mezzo, soprattutto di sera, sia per desiderio di emancipazione che per sicurezza». Lo studioso poi fa presente come altri rituali siano venuti a mancare. «A scuola non è più la firma sui documenti a dare titolarità ai ragazzi che ormai negoziano sempre prima con gli insegnanti. Anacronistico anche pensare che si cominci a bere alcol con la maggiore età visto che ormai, come sappiamo, i consumi sono anticipati negli anni dell’adolescenza».
Sulla condizione dei nuovi diciottenni Menegola, che è anche psicologo, dà una lettura diversa rispetto ai risultati della ricerca. «Il mondo giovanile è spaccato in due. Da una parte trovo una grande capacità di comunicazione e sensibilità verso la società intera e, caratteristica peculiare di questi ragazzi, una forte attenzione ai temi ecologici. Ma dall’altra scopro anche un certo cinismo. Nei miei incontri con i giovani mi accorgo, per esempio, di quanto sia forte l’esigenza di scegliere un lavoro che, prima ancora della passione, assicuri soldi e tanto tempo libero». Una generazione fatta di contraddizioni, secondo l’esperto. «Informatissimi, questi ragazzi sanno valutare con lucidità la realtà che li circonda però restano paralizzati quando si tratta di prendere le loro decisioni e sono disorientati davanti al futuro. Una fragilità molto diffusa che interpella il mondo degli adulti dei quali i giovani sentono il peso delle aspettative, mentre quello che invece cercano sono maestri credibili che sappiano dare loro le istruzioni fondamentali per la vita».
La sfida educativa
A dare il punto di vista di chi si trova sul campo della relazione educativa è Ida Pellegrini, da più di trent’anni vicino ai giovani. Educatrice, insegnante di religione, autrice, tra gli altri, del testo “Scelgo il mio futuro”, delle edizioni Erickson, collabora con il centro Mete di Tione, comune in provincia di Trento, che offre orientamento e supporto psicologico a ragazzi e famiglie. «I diciottenni? Difficile darne una descrizione univoca», chiarisce l’autrice, «loro stessi mi confidano quanto si sentano stretti nelle definizioni che li riguardano. Non siamo un target, ripetono». Pellegrini non nasconde le difficoltà che si incontrano nel vissuto quotidiano con i ragazzi. «Non è facile creare un rapporto con i giovani. Bisogna darsi del tempo, prendere atto delle divergenze di opinioni e pensieri, e rassegnarsi al fatto che non sempre bisogna capire tutto di loro. Occorre invece considerare l’incomprensione come sfida da accettare, senza avere paura però di fare presente le realtà che per loro sono scomode. Ciò che conta è mantenere lo sguardo su valori condivisi, incontrarsi su un terreno comune. E se decidono di allontanarsi bisogna riuscire a lasciarli andare», raccomanda l’insegnante. «Permettere ai giovani di staccarsi e saper accoglierli quando ritornano è proprio il principio base dell’azione educativa».
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