sabato 21 novembre 2015
Nell’Unione europea vi sono 122,6 milioni di persone a rischio di esclusione, vale a dire quasi un europeo su quattro; all’inizio della crisi erano 116 milioni.
Così l'Ue lotta contro la povertà
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Nell’Unione europea vi sono 122,6 milioni di persone a rischio di povertà ed esclusione, vale a dire quasi un europeo su quattro; all’inizio della crisi erano 116 milioni. È uno dei dati più forti che emergono da Il nuovo disordine mondiale - Rapporto sui diritti globali 2015, presentato a Roma nella sede nazionale della Cgil. Il rapporto è stato curato da Associazione Società Informazione Onlus, promosso da Cgil con la partecipazione di Action Aid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum Ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente.Secondo l'indagine, "la 'lotta di classe dall’alto' nell’ultimo anno, in diverse aree geografiche, ha preso la forma di una guerra contro i poveri e di un divorzio progressivo tra capitalismo globale e democrazia". Secondo le statistiche europee, sottolinea il Rapporto, alcuni Stati membri hanno percentuali ancor più drammatiche, come la Bulgaria (48%), la Romania (40,4%), la Grecia (35,7%), l’Ungheria (33,5%), a fronte di percentuali tra il 15 e il 16% di Paesi come Svezia, Finlandia, Olanda e Repubblica Ceca. L’Italia registra il 28,4%, dato dunque superiore alla media europea, per un totale di 17 milioni e 330mila persone.Ma, a fronte di questo drammatico ed eloquente quadro, nel quadriennio 2008-2012 - complessivamente, sebbene in modo molto differenziato tra i diversi Stati membri - l'Europa, si legge nel Rapporto, "ha disinvestito nel welfare, in ossequio agli imperativi dell’austerità e del 'Fiscal compact', con un taglio sulla spesa sociale europea per un ammontare totale di circa 230 miliardi di euro"."Disinvestire nel welfare ha, tra gli altri, anche l’esito - spiega il Rapporto - di distribuire i rischi di impoverimento in modo selettivo e diseguale, gravando soprattutto sui più deboli, e questo è uno dei meccanismi che porta a condizioni di povertà stabili, prolungate e difficilmente reversibili. Anziché essere contrastata, insomma, la crescente povertà, che riguarda sempre più anche chi possiede un lavoro e un reddito, viene perpetuata, diviene una condizione non transitoria, una sorta di buco nero sociale dove le povertà diventano a bassissima reversibilità, nel quale è sempre più facile scivolare e da cui è, e sarà, praticamente impossibile uscire"."Sempre più - spiega il rapporto - la povertà, specie se estrema, nelle risposte istituzionali, ma anche nel senso comune, è vista e trattata come crimine, anziché come situazione necessitante sostegno. Un processo presente da tempo negli Stati Uniti, che sta andando avanti in modo deciso in tutta Europa, a livello legislativo, amministrativo, del governo delle città, mediatico".
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