lunedì 28 settembre 2015
​Chiuso il processo per dissesto finanziario della vecchia compagnia di bandiera. Oltre all'ex presidente condannati altri tre dirigenti. Dovranno risarcire 350 milioni.
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​​Quattro condanne e tre assoluzioni: si è chiuso così, davanti ai giudici della sesta sezione penale del tribunale di Roma, il processo legato al dissesto della vecchia Alitalia per perdite di oltre 4 miliardi di euro attraverso una serie di operazioni "abnormi o ingiustificate sotto il profilo economico e gestionale" nel periodo compreso tra il 2001 e il 2007. Otto anni e otto mesi di reclusione sono stati inflitti a Giancarlo Cimoli, presidente e amministratore delegato della compagnia area dal maggio 2004 al febbraio 2007, sei anni e mezzo a Pierluigi Ceschia, già responsabile del settore Finanza Straordinaria, sei anni a Gabriele Spazzadeschi, all'epoca direttore centrale del settore Amministrazione e Finanza, cinque anni a Francesco Mengozzi, amministratore delegato dal febbraio 2001 al febbraio 2004. Assolti, per non aver commesso il fatto, gli ex funzionari Giancarlo Zeni e Leopoldo Conforti, e, perché il fatto non costituisce reato, Gennaro Tocci, già responsabile del settore Acquisti e Gestione Asset Flotta. La bancarotta, per distrazione o dissipazione, era il reato contestato dalla procura mentre al solo Cimoli erano attribuiti due episodi di aggiotaggio per la diffusione, tra il novembre 2005 e la primavera 2006, di notizie false idonee a provocare una sensibile alterazione dei valori del titolo Alitalia quotato sui mercati finanziari. Il tribunale ha disposto anche una serie di risarcimenti milionari. I quattro condannati dovranno risarcire oltre 355 milioni di euro alle parti civili rappresentate dai commissari straordinari pro tempore, e cioè Alitalia Linee Aeree Italiana spa, Alitalia Servizi spa, Alitalia Airport spa, Alitalia Express spa e Volare spa. Si tratta dei danni - hanno stabilito i giudici della sesta sezione penale del tribunale - derivanti dal reato di bancarotta. Il solo Cimoli, che è tenuto pagare anche una multa di 240mila euro, dovrà versare ben 160 milioni di euro. Ai quattro imputati, cui sono state concesse le attenuanti generiche, è stata applicata l'interdizione in perpetuo dai pubblici uffici e lo stato di interdizione legale per la durata della pena. Questa di oggi è una delle prime sentenze emesse da un tribunale su uno dei casi più gravi di dissipazione mai avvenuta in Italia. I giudici hanno inflitti pene ben più severe di quelle che erano state sollecitate in sede di requisitoria, il 30 giugno scorso, dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dal pm Maria Francesca Loy.
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