venerdì 12 dicembre 2008
L'economista sottolinea le sfide politiche e culturali contenute nel Messaggio per la Giornata della Pace. Che sollecita l'impegno di Stati, enti internazionali e singoli.
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Un appello a costruire la pace in questo periodo storico rinnovando le istituzioni finanziarie e politiche globali e ribadendo la necessità di un mutamento culturale. Un messaggio scomodo e sincero, perché non ha paura di smontare i luoghi comuni sulla demografia e di ricordare al mondo, in primis ai cattolici, che non è coerente stracciarsi le vesti davanti alla guerra se non si ha il coraggio di difendere la vita, anche dei più deboli, dal concepimento alla fine. Per l’economista Stefano Zamagni il discorso di Benedetto XVI scritto per il primo gennaio 2009, Giornata mondiale della Pace, è in una linea di continuità con i predecessori. «In particolare con Paolo VI. Impossibile non cogliere nel testo di papa Ratzinger, a partire dal titolo, "Combattere la povertà, costruire la pace", gli echi del messaggio della "Populorum progressio", in particolare della celebre frase "lo sviluppo è il nuovo nome della pace". Ma il discorso contiene sviluppi innovativi molto interessanti».Quali sono, professore?Prima di tutto il Papa, con il richiamo ad affrontare la povertà per prevenire i conflitti armati, parla esplicitamente della crisi finanziaria, causata principalmente dalla ricerca dei profitti a breve termine e dalla speculazione sui prodotti alimentari che hanno aumentato i prezzi del cibo portando milioni di persone alla fame. E poiché questa è una crisi di sistema, ci invita a cogliere l’occasione per cambiare le istituzioni finanziarie globali. Insomma chiede di cercare di trasformare il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio per combattere la povertà e portare la pace nel mondo.Perché?Sono questi i sacrari dove si scrivono le regole del gioco economico. E quindi che hanno le maggiori responsabilità per l’aumento degli squilibri e delle ingiustizie in questi ultimi 25 anni. Perché non hanno rispettato la dignità umana e non hanno messo al centro la persona, a partire dai poveri, considerandoli un peso. Questo non significa mettere in discussione il mercato, bensì le sue distorsioni come il liberismo selvaggio e l’avidità. Ma Benedetto va più a fondo e chiede di rinnovare le istituzioni politiche per costruire la pace.E come?Questo tempo, oltre a segnare la fine dell’unilateralismo, può portare anche a un mutamento del sistema delle Nazioni Unite. Che oggi funziona con una sola Assemblea, che rappresenta solo gli Stati. I quali sono gli stessi che spesso non esitano a scatenare i conflitti, come ad esempio in Africa. Invece occorre aprire una seconda Assemblea dell’Onu, aperta alla società civile transnazionale, dove si faccia sentire la voce delle chiese e delle organizzazioni non governative. Non a caso quella di Benedetto XVI è rimasta l’unica voce a ricordarci che l’umanità spende in armamenti una quantità di risorse di gran lunga superiori a quella che potrebbe essere destinata a debellare la fame e ad acquistare farmaci per curare malattie come l’Aids. Una riforma delle istituzioni politiche ed economiche globali è dunque al servizio della pace. Si, guardiamo ad esempio cosa ha fatto la finanza etica nel mondo in Italia per limitare gli investimenti bancari nell’industria bellica e nella produzione di armi leggere, nella quale noi italiani siamo leader. Non servono nuove leggi per far cambiare idea alle banche, a casa nostra è bastato il dialogo franco con le associazioni.Il Papa pone anche una questione culturale della povertà, al nord come al sud...Occorre investire sulla formazione delle persone, certo. Ma la interpreto anche come una richiesta più alta di confronto con le altre culture e di chiarezza. Il nodo è la questione antropologica. La vera domanda è quali sono oggi le culture che vogliono la pace, che accettano il perdono, che condannano la violenza, che non discriminano. Perché il relativismo imperante considera uguali tutte le culture, ma non è così. Occorre ribadire su quali valori si fonda la costruzione della pace, ma se non c’è chiarezza non si va lontano.La questione demografica viene smontata dal messaggio: in sostanza non è vero che la crescita della popolazione blocca lo sviluppo. Cosa ne pensa un economista come lei?Che finalmente si ribalta un luogo comune: non si può chiedere ai poveri di non fare figli per svilupparsi. Perché è falso, antistorico ed è frutto dell’egoismo dei paesi ricchi che non vogliono aiutare i poveri. Infatti il discorso cita i casi di India e Brasile, che si sono sollevati dalla condizione di paesi in via di sviluppo grazie all’enorme manodopera giovanile. Prima serve una certa irregolarità demografica, figlia del sottosviluppo. Poi, a crescita avvenuta, raggiunto un certo livello di benessere, le famiglie si regolano. Se poi non si difende la vita umana, non si è credibili quando ci si oppone alla guerra. Il messaggio richiama l’attenzione sui bambini, i quali rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale povera e sofferente. Parte da qui la costruzione della pace?È necessario squarciare il velo su questa profonda ingiustizia perché ci sia vera pace. Anche per motivi economici. Le pandemie e la fame infantile, oltre a uccidere i più indifesi e a pesare sulle nostre coscienze, riducono infatti la produttività di intere generazioni e minano le possibilità di crescita dei paesi più poveri. Lo squilibrio globale nasce anche da questo. Il Papa ricorda che se non si mette al centro la famiglia, la lotta per la pace non è efficace. E invita i cristiani ad assumersi le proprie responsabilità per impegnarsi a rinnovare le istituzioni.
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