lunedì 15 ottobre 2018
AlL’esperienza degli accordi di pace per il Mozambico nel 1992. Ma gli armamenti «sono idoli della sicurezza». Anche quelli nucleari
Foto  Siciliani

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Martedì sera a Bologna la chiusura della 32esima edizione dell'incontro "Ponti di pace" promosso dalla Comunità di Sant'Egidio: leader religiosi, esponenti di primo piano della cultura, della società civili e politica insieme per rilanciare l'impegno a realizzare percorsi capaci di superare conflitti.

Non tanto per riguardo all’ospite, ma perché, parlando di «Disarmare i conflitti», a «Ponti di pace» non si poteva non parlare dell’accordo di pace che nel 1992 ha posto fino alla guerra civile del Mozambico. Centrale, come si sa, il ruolo della comunità di Sant’Egidio, diplomazia parallela ma anche molto efficace nello sbrogliare la matassa di odi e di interessi che in 17 anni di guerriglia ha provocato migliaia di morti e milioni di sfollati.

Come ha ricordato Nelson Castiano Chigande Moda, esponente della comunità di Sant’Egidio in Mozambico, il processo di pace è tutt’altro che concluso: «Lavoriamo per cambiare la persistente mentalità di violenza che permane nel paese, in primo luogo con l’educazione, che, come insegnava Mandela, è l’arma più potente per cambiare il mondo». Tuttavia, ha aggiunto nel dibattito presieduto dal direttore di Avvenire Marco Tarquinio, «dobbiamo ancora disarmare i cuori» e «le religioni possono fornire un grosso contributo».

Le armi, ha detto il moderatore della Tavola valdese Eugenio Bernardini, «sono idoli potenti. La fiducia che si ripone nelle armi come garanzia di sicurezza è idolatria»; guardando al dibatito italiano, ha aggiunto che «l’idea di liberalizzare il possesso delle armi, che circola nel governo, non fa i conti con la statistica che dice l’esatto contrario. Il Censis ha stimato che se si liberalizzassero le armi del quotidiano si passerebbe a 150 morti per arma da fuoco a 2.550 all’anno».

Bernardini, che è stato un grande sostenitore dei corridoi umanitari, ha chiesto ai cristiani di "vigilare" e identico è stato il registro dell’intervento di Alison Boden, dell’Università di Princeton, ministro della United Christian Church (Ucc), la quale, non si è fermata alla pur puntualissima analisi statistica del "peso" degli Stati Uniti nella produzione e nel commercio delle armi denunciando anche che «l’amministrazione Trump sta armando milizie cristiane in Iraq». Ma soprattutto ha insistito sulla «grande responsabilità delle comunità religiose: possiamo dire la verità sugli interessi che alimentano questo commercio, possiamo dirla a chi ha il potere e talvolta il potere l’abbiamo noi» ha dichiarato, ricordando il pressing in corso da parte dei cattolici Usa per interrompere la vendita di armi all’Arabia Saudita e l’impegno della Ucc contro le armi nucleari.

La morte atomica è da settant’anni il nemico dei buddisti giapponesi, come ha spiegato il monaco Tendai Gijun Sugitani, secondo il quale gli accordi internazionali di questi anni dimostrano la possibilità di fermare la proliferazione delle armi nucleari e di far prevalere la prospettiva umanitaria sui calcoli politici. «Il problema però non è ridurre le armi, è proibirle» ha esclamato. Ancor più appassionato l’intervento del vescovo messicano Josè Raul Vera Lopez, che ha denunciato i "crimini" perpetrati dal sistema economico mondiale attraverso armi invisibili come il trattato di libero commercio tra Messico, Usa e Canada, «che spoglia la mia gente dei suoi diritti, della terra, dell’acqua…» ha ricordato. Il presule ha invocato la mobilitazione contro i governanti che «trovano modo di spogliare i cittadini dei loro beni e consegnarli a pochi impresari anche quando la Costituzione li tutelerebbe: fanno modificare le leggi a vantaggio di pochi favorendo le grandi imprese e danneggiando l’ambiente. La cosa grave è che in questa fase sono riusciti a sostenere i loro propositi su una base apparentemente legale attraverso sistemi politici ed economici che sono invece sistemi criminali».

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