mercoledì 18 gennaio 2017
Il metropolita di Volokolamsk, Hilarion, responsabile del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca in un'intervista al Sir fa il punto sulle relazioni tra ortodossi e cattolici.
Papa Francesco con il metropolita Hilarion (foto Osservatore Romano)

Papa Francesco con il metropolita Hilarion (foto Osservatore Romano)

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Un altro incontro tra papa Francesco e il patriarca Kirill non è al momento nell'agenda delle due Chiese. Nel frattempo, però, “ci sono molte cose che possiamo fare insieme” e se “le nostre Chiese parlano unendo le loro voci, il messaggio è sicuramente più forte e incisivo”. È il metropolita di Volokolamsk, Hilarion, responsabile del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca a fare il punto sullo stato delle relazioni tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa russa nel corso di un’intervista rilasciata a Parigi al Sir, a margine del V Forum europeo cattolico-ortodosso.
Qui sotto la riportiamo integralmente.


Eminenza, lei ha incontrato Papa Francesco il 16 dicembre scorso. Ci può dire qualcosa di quell'incontro. Di cosa avete parlato?
Ho incontrato il Papa sei volte dalla sua elezione. In dicembre, sono venuto per fare gli auguri al Papa per i suoi 80 anni. D’altronde, qualche settimana prima, il Papa stesso aveva inviato uno dei suoi rappresentanti, il cardinale Koch, per fare gli auguri al patriarca Kirill per i suoi 70 anni. Hanno una differenza di 10 anni. È stata per me un’occasione di parlargli anche di altri argomenti comuni che ci intessano.

Che impressione le fa papa Francesco?
È una personalità molto umile. È sempre molto ben informato. Non ho mai bisogno di fare grandi spiegazioni perché lui conosce molte cose. È molto facile parlare con lui. L’ho notato subito fin dal mio primo incontro subito dopo la sua intronizzazione.


Dopo l’incontro a Cuba, pensate che sia possibile un altro incontro tra il Papa e il Patriarca?
Potrebbe essere possibile. Ma non stiamo attualmente lavorando per pianificare un simile incontro. Non fa parte dei nostri progetti.

E una visita del Papa in Russia?

Non è in agenda.

Qual è lo stato delle relazioni ecumeniche tra Mosca e Roma?
Abbiamo relazioni molto buone e costruttive Abbiamo un dialogo costante. A seconda degli argomenti, ci sono più livelli di discussione. C’è stato l’incontro tra il Patriarca e il Papa, a Cuba, nel febbraio 2016. Io personalmente mi incontro regolarmente con il cardinale Koch (presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, n.d.r.). E ci sono altri luoghi in cui si discutono gli argomenti che ci coinvolgono.

Dopo l’incontro di Cuba, si sono sviluppati progetti comuni per venire in aiuto ai cristiani e alle persone in difficoltà nel mondo, soprattutto in Siria. Potete dirci qualcosa in più e perché la scelta della Siria?
Abbiamo scelto la Siria perché in quel Paese le persone soffrono. È un paese dove c’è la guerra, delle vittime, dei rifugiati e hanno bisogno di aiuto. Abbiamo organizzato missioni umanitarie comuni. I rappresentanti delle nostre Chiese hanno visitato diverse comunità, città e villaggi per analizzare la situazione e identificare quali fossero i bisogni reali. Certo, quello che possiamo fare non è abbastanza per risolvere i problemi di quel Paese. Per riuscirci, occorrono soluzioni politiche. Ma noi lavoriamo lo stesso. Papa Francesco ha avuto scambi con i responsabili di differenti Paesi sulla Siria. E il patriarca Kirill sta facendo altrettanto.

Ci tenete a rafforzare i legati con la Chiesa cattolica?
Si! Penso che ci sono molte cose che possiamo fare insieme senza essere ancora pienamente uniti. Affrontiamo gli stessi cambiamenti e possiamo intensificare la nostra cooperazione.
Troppo spesso, facciamo le cose separatamente. Per esempio, il Papa fa una dichiarazione e il Patriarca dice da parte sua la stessa cosa, ma tutti e due separatamente. Sono convinto che il messaggio che esprimono, può diventare più forte se entrambi parlassero con una voce sola.
È ciò che è successo a La Havana. In quella occasione il Papa e il Patriarca non hanno detto nulla di rivoluzionario o di nuovo, nulla che non avessero detto già prima. Ma ciò che è stato importante, è che erano insieme, che abbiano detto qualcosa con una voce sola, che siano stati capaci di parlare insieme e d’intraprendere azioni comuni. Credo che in questa maniera, saremo sempre più incisivi.

Si svolge in Europa dal 18 al 25 gennaio la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sul tema “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione”. Che cosa significa essere testimoni di riconciliazione nel mondo, secondo lei?
Penso che è Cristo che ci riconcilia. E se noi viviamo in Cristo, possiamo affrontare le sfide del nostro mondo e dare testimonianza della nostra unità al mondo.

Si discute molto in Europa occidentale di una religione cristiana in cui Cristo non è presente. È una questione che vi riguarda anche in Russia?
Nel suo libro “Gesù di Nazareth”, Benedetto XVI ha evocato il fatto che troppo spesso la Chiesa è centrata più su stessa che su Gesù Cristo. Ciò può succedere anche nella devozione popolare: le persone sono interessate ai segni straordinari ma dimenticano ciò che è veramente importante nel cristianesimo : Gesù Cristo. Ammiro papa Benedetto XVI per la sua capacità di donare Cristo alle persone con i suoi libri, in particolare con il libro, “Gesù di Nazareth”. Quel libro è stato per me fonte d’ispirazione.

Si dice ancora in Europa che la secolarizzazione abbia lasciato spazio ai fondamentalismi di matrice islamista. Come possono i cristiani affrontarla insieme?
Mi piace ricordare a questo riguardo quanto il cardinale Koch, quando era vescovo in Svizzera, ha detto:
non dobbiamo temere un Islam forte ma un Cristianesimo debole.
Credo che se noi siamo forti in quanto cristiani, non abbiamo nulla da temere. Perché la nostra identità cristiana ci da una forza che viene direttamente da Dio e da Cristo. Le società secolarizzate, così come esistono in molti Paesi dell’Europa, sono società molto deboli dal punto di vista spirituale. Non ci sono più valori per cui vale la pena sacrificare la propria vita. Non si può dare la vita per dei valori secolarizzati. E se non si è pronti a sacrificare la propria vita, allora la battaglia è persa.
Solo se riconosciamo le nostre radici cristiane e la nostra identità cristiana, siamo abbastanza forti per affrontare le sfide del nostro tempo.

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