martedì 11 luglio 2023
L’incontro dei vescovi di queste zone territoriali distanti dai centri erogatori di servizi. L’invito di Zuppi: un piano che le metta insieme alle aree urbane. Denatalità e spopolamento tra le urgenze
"Aree interne": la sfida di cercare nuovi percorsi pastorali
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Trenta vescovi, provenienti da tutta Italia, si stanno confrontando da ieri a Benevento sulle problematiche delle aree interne, tra spopolamento, denatalità, mancanza di servizi e di infrastrutture. E quindi anche sulla necessità di ripensare la pastorale. A questi presuli ieri mattina il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha detto a chiare note che «non c’è futuro senza un vero piano che metta le aree urbane insieme a quelle interne. Questo serve indubbiamente per le aree interne, ma ne va anche della qualità della vita delle aree urbane».

Zuppi si è quindi detto contento «dei molti stimoli e della bella discussione» della due giorni beneventana, in particolare del «modo sinodale di questi lavori, con un confronto aperto per cercare soluzioni, sia per la pastorale ma anche per offrire possibili risposte «perché le aree interne non vengano dimenticate, perché non rappresentano il nostro passato, ma sono il nostro futuro e il nostro essere comunità, il tessuto più vero del nostro Paese».

Tracce di lavoro che Zuppi ha consegnato ai presuli per i gruppi di approfondimento di ieri pomeriggio e che oggi verranno portate a sintesi dal segretario della Cei, Giuseppe Baturi, e nei quali potrebbe trovare eco anche l’argomento dell’autonomia differenziata che, come ha anticipato l’arcivescovo di Benevento Felice Accrocca, «può rischiare di separare ancora le situazioni una dall’altra».

Dal punto di vista più strettamente “tecnico”, la relazione di ieri, tanto articolata quanto appassionata, è stata poi svolta da Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, chiamato ad una riflessione teologico-pastorale sull’esercizio del ministero ordinato nelle zone interne, con una domanda di fondo: voltare pagina?

L’altro elemento di fondo, ha detto subito Repole, è sotto gli occhi di tutti: «in molti centri delle aree interne non vi è più la presenza fisica del presbitero, al quale si chiede sempre più spesso di essere parroco o amministratore di diverse comunità» e nonostante ciò molte volte alla Chiesa viene chiesta una presenza «quale ultimo baluardo per esprimere la permanenza della dignità e del senso della comunità civile».

Sfide, rispetto alle quali Repole ha offerto alcune prospettive: la rivisitazione del servizio di presidenza del presbitero; le possibilità insite nel considerare il ministero ordinato come differenziato e articolato al suo interno; la possibilità di immaginare nuove ministerialità laicali; la considerazione di possibili analogie con il ministero episcopale.

Ma ciò non vuol dire, ad esempio, prospettare «uno sganciamento totale dal servizio del prete dalla dimensione amministrativa ed economica. La legale rappresentanza, sancita dal Concordato, traduce su un piano giuridico un principio teologico che dovrebbe essere chiaro: il prete esiste per garantire che nessuna dimensione, neppure quella amministrativa ed economica, venga esercitata con finalità diverse da quelle della Chiesa, che si mantiene fedele alla testimonianza apostolica»

La seconda prospettiva è data da «un ministero del diacono che – se si ha la persona giusta e competente – potrebbe davvero avere la responsabilità, sempre sotto la sorveglianza e la presidenza del presbitero, della gestione amministrativa ed economica di una vasta comunità di piccole parrocchie».

Per arrivare infine alla prospettiva offerta dalla istituzionalizzazione di nuove ministerialità laicali: «Si può pensare al ministero dell’accolitato, in particolare, come quello della cura e della vicinanza a tutte le persone anziane e malate; al ministero del responsabile e coordinatore della catechesi, immaginando persone che si prendono in carico la responsabilità di gestire la catechesi».

Cosa sono le "aree interne"?

Ma cosa si intende esattamente per aree interne? Secondo l’Agenzia per la coesione territoriale, che a sua volta ha elaborato la Snai (Strategia nazionale per le aree interne) si tratta di territori fragili, distanti dai centri principali di offerta dei servizi essenziali e che coprono il 60% della superficie italiana, il 52% dei Comuni ed il 22% della popolazione. Con la Snai si punta ad intervenire contrastando, anche e soprattutto attraverso il lavoro, la crisi demografica. Le aree selezionate per gli interventi sono 72, comprensive di 1077 comuni per circa 2 milioni di abitanti.
L’impegno della Chiesa italiana per le aree interne prende il via, in maniera ufficiale, nel 2019, con un primo incontro dei presuli dei territori interessati, tenutosi per iniziativa dell’arcivescovo Felice Accrocca sempre a Benevento, diventata un po’ la capitale di questa problematica. Nei giorni scorsi, ad esempio, ha ospitato anche il Forum delle aree interne, con un’ampia partecipazione giovanile, sul tema Cittadini del mondo, motore di comunità”.
Neanche con la pandemia si è fermato il confronto dei vescovi che in particolare hanno poi ripreso un po’ le fila dell’impegno nell’incontro dello scorso anno, ulteriormente stimolati dal messaggio di saluto di papa Francesco: «Di fronte alle difficoltà dei territori in cui vivete, siete chiamati ad aiutare i sacerdoti, i consacrati e i fedeli laici ad essere lievito nella pasta del mondo. Tutti insieme, in unità e senza campanilismi, non stancatevi di porre gesti di attenzione alla vita umana, alla salvaguardia del creato, alla dignità del lavoro, ai problemi delle famiglie, alla situazione degli anziani e di quanti sono ai margini della società».
Nel 2022 è stato così redatto un documento intitolato significativamente “Sentinella, quanto resta della notte?” con un invito a tutti (alla stessa Chiesa, ma anche alla società e alla politica) a prendere sul serio tale esortazione e associando, per analogia, le aree interne «alla piccola Nazareth, marginale, eppure custode della realtà più preziosa. Vogliamo costituirci baluardo, forza per difenderle, dando vita a reti solidali capaci di attivare sinergie».
Un invito che non è caduto nel vuoto, visto che, ad esempio, nel convegno nazionale della Caritas dello scorso aprile a Salerno, uno dei contributi è stato portato proprio da un territorio in sofferenza come quello della diocesi di Trivento, a cavallo tra Abruzzo e Molise, con 40 paesi destinati a sparire entro il 2040, come ha testimoniato don Alberto Conti, direttore di quella Caritas diocesana.

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