giovedì 9 maggio 2019
Il fondatore di Emergency punta il dito contro la nuova deriva e rilancia il dibattito aperto da Avvenire. Al suo attivo 25 anni di impegno con almeno dieci milioni di persone «aiutate a casa loro»
Il fondatore di Emergency Gino Strada (Lapresse)

Il fondatore di Emergency Gino Strada (Lapresse)

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Ne ha aiutati tanti, «almeno dieci milioni di persone, a casa loro ». Gino Strada resta un personaggio profondamente scomodo, apparentemente pacato nei modi ma radicale ed estremo nei temi e nelle scelte di campo. Eppure nei suoi 25 anni di storia con Emergency, festeggiati proprio in questi giorni, tutti gli riconoscono il merito della coerenza e dell’impegno disinteressato, nelle frontiere più calde del pianeta. «Non so se i miei pensieri siano controcorrente, quel che è certo è che i pensieri che oggi vanno per la maggiore ci stanno portando sull’orlo di una cascata, anzi di un precipizio » racconta. Questo medico che procede in direzione ostinata e contraria ha letto l’inchiesta lanciata da 'Avvenire' sulla solidarietà nel mirino e senza indugio prende posizione. «In Italia ci sono milioni di persone che fanno volontariato tutti i giorni: sono un grande patrimonio da preservare ma non hanno voce. Non hanno nemmeno la possibilità di trovare una rappresentanza politica, sia pur imperfetta. Ecco: bisognerebbe che nella società italiana qualcuno cominciasse a far scattare una scintilla, a proporre qualcosa di nuovo, soprattutto in una fase storica come questa».

Si aspettava un tale clima d’odio nei confronti di chi opera a fianco degli ultimi?
Per essere chiari sin da subito: la criminalizzazione delle organizzazioni non governative è cominciata con i governi di centrosinistra. È stato Minniti a spianare la strada a Salvini. Però, di quest’ultimo anno, mi ha sorpreso la capacità tutta italiana di mandare al macero in pochissimo tempo i principi fondanti della nostra società. Non mi aspettavo che si arrivasse a teorizzare il rifiuto dell’altro, a fare propaganda in modo becero soffiando sul fuoco dell’indifferenza totale ai bisogni delle persone.

È una politica che sembra partire dall’aporofobia, ha detto Zamagni, cioè dal rifiuto se non dal disprezzo del povero. È d’accordo?
Sì, sono molto preoccupato anch’io. Si sta sdoganando tutto: l’uso delle armi a scopo personale, la logica della violenza dell’uomo contro un altro uomo, persino le aberrazioni della tortura. Ripeto: stiamo tornando indietro di decenni. Vuole un esempio concreto? Tanti adesso dicono: aiutiamoli a casa loro. Noi lo facciamo da sempre, senza slogan, cercando di dare il nostro contributo. Ma per noi vuol dire prenderci cura di chi soffre la guerra, non respingere chi arriva in mare per rimandarlo schiavo nei centri di detenzione.

Dei tanti fronti aperti nell’offensiva contro il non profit e il Terzo settore, quali la preoccupano di più?
Mi preoccupano intanto le contraddizioni evidenti tra quel che si dice e quel che si fa: diciamo 'aiutiamoli a casa loro' e poi tagliamo i fondi alla cooperazione internazionale. Nessuno poi sa spiegarmi perché dobbiamo continuare a produrre ed esportare armi: che vuol dire 'ci sono accordi commerciali firmati con altri Paesi'? Che siamo d’accordo col produrre morte per migliaia di persone? Lo stesso discorso vale per tanti poveri in Italia: vogliamo condannarli a vivere una vita non degna di essere vissuta?

Vede degli anticorpi possibili rispetto alla situazione che si è venuta a creare?
Ritrovo in realtà tracce ben visibili di cose successe tanti decenni addietro, che nessuno si sarebbe mai augurato di rivedere. È in atto lo sdoganamento del fascismo, non bisogna avere paura a dirlo. C’è il ritorno a pratiche di discriminazione e di sopraffazione che non solo non vengono più condannate, ma che oggi vengono osannate in vario modo. In pubblico, sui social, nei comizi. È una deriva sociale, culturale e morale quella che stiamo vivendo. È proprio il senso della morale comune che si è smarrito.

La responsabilità è dell’attuale governo?
Una volta i partiti avevano a cuore i valori sociali prima di tutto. Concetti morali semplici: io quando ero ragazzo, da figlio di operai, vivevo in una famiglia in cui era considerato un disonore non rispettare gli impegni presi e non pagare in tempo le spese di casa. Oggi ci sono ministri che hanno rubato decine di milioni e nessuno dice niente. Quando Salvini apre bocca, gli si dovrebbe dire 'restituisci i 49 milioni', invece tutti si accodano al potente di turno. Per non parlare degli esponenti Cinque Stelle, i nuovi giganti del pensiero, e di quel che resta del Pd e della sinistra, che hanno dato per primi il cattivo esempio e dovrebbero sparire.

Da dove ripartire, dunque?
C’è molta voglia di una nuova resistenza nella società civile, fatta da milioni di persone che non si sentono rappresentate dal linguaggio e dalle politiche d’odio di questi tempi. La vedo nel mondo laico e non solo. Mi trovo regolarmente d’accordo con le posizioni assunte da papa Francesco a favore degli ultimi, a sostegno dei migranti e di chi vive nelle periferie della Terra. Mi chiedo perché non lo si ascolti mai abbastanza, anche tra i cattolici, e perché non nasca da questa predicazione una mobilitazione di popolo, quasi che le piazze siano diventate il monopolio soltanto di qualche fascistello con il Rosario in mano.

Lo spirito antisolidaristico dei tempi travolgera’ a questo punto anche l’Europa?
L’Italia è un’anomalia, un clima di contrapposizione sociale e culturale come quello che si respira da noi non mi risulta in altri Paesi. Senza dubbio, l’Ue era un possibile faro per la politica internazionale e adesso sta riaffiorando l’idea hitleriana della Fortezza Europa, figlia di una politica reazionaria e violenta. Sembra finita l’idea di una comunità continentale come quella pensata dai padri fondatori. Si chiudono le porte ai migranti e si dice che nessuno deve passare i confini, eppure razionalmente il nostro Paese e tutto il Vecchio continente hanno bisogno dell’afflusso di stranieri, non solo per ragioni di lavoro. La vera speranza è ancora una volta rappresentata dai giovani, che si mettono in fila ai nostri banchetti, che vogliono partecipare, che chiedono una società finalmente pacificata, dove non ci sono nemici ma uguali diritti per tutti. Sono loro la speranza che si torni a investire in cultura, in istruzione. In una parola: civiltà.

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