Rosy Bindi sull'obiezione di coscienza. Ripassare la legge prima di parlare


Avvenire sabato 25 febbraio 2017
Rosy Bindi ha preso di mira il ministro della Salute Lorenzin. Ma da un parlamentare ci si attende che conosca le leggi su cui azzarda un giudizio
La parlamentare Rosy Bindi (Ansa)

La parlamentare Rosy Bindi (Ansa)

Da un parlamentare ci si attende che conosca le leggi su cui azzarda un giudizio. Quando ha per missione istituzionale l’impegno sulla cultura della legalità, poi, è doveroso esigerlo. Se in aggiunta presiede la Commissione Antimafia, è davvero incomprensibile che citi una norma a rovescio. Rosy Bindi, infatti, ha preso di mira il ministro della Salute Lorenzin (e non solo lei) invitandola a dimettersi perché avrebbe dichiarato di non condividere ciò che la 194 prescrive sull’obiezione.

Ma nel punto in cui – articolo 9, primo comma – afferma che «il personale sanitario (...) non è tenuto a prendere parte» ad aborti la legge non lascia spiragli per concorsi che scelgano candidati e assunzioni non per competenze e titoli ma in base alle convinzioni personali presenti o future, che è quanto accaduto a Roma e Rovigo. E se il ministro dice che «la legge non prevede questo tipo di selezione» ricorda semplicemente che cos’è scritto nella 194. Che forse, assieme ai saldi princìpi che fondano l’obiezione di coscienza, andrebbe ripassata a cominciare da dove afferma che «lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio». Articolo 1, comma 1.

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