mercoledì 29 aprile 2020
A Milano il San Raffaele studia i dati di 1.000 pazienti gravi: in Fase 2 servono screening e interventi celeri Da tenere monitorati i cittadini con età avanzata, cancro in corso, ipertensione...
Un anziano in strada, a Roma, si commuove per la musica dai balconi

Un anziano in strada, a Roma, si commuove per la musica dai balconi - LaPresse

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Non siamo tutti uguali di fronte al coronavirus. Chi rischia di più ha un’età avanzata, lotta con un tumore maligno, o è affetto da ipertensione arteriosa oppure da malattia coronarica. Ecco la fetta di popolazione da proteggere. Se, fino ad ora, queste categorie erano solo 'indiziate' di gravi rischi, ora arrivano anche i riscontri scientifici perché i ricercatori dell’Ospedale San Raffaele di Milano, in un maxi studio clinico osservazionale, hanno analizzato i campioni biologici, la storia e i dati diagnostici di 1.000 pazienti. Per vivere la 'fase 2' «in sicurezza», suggeriscono gli specialisti del nosocomio milanese, occorrerà monitorare questi soggetti «a maggior rischio di sviluppare le forme più aggressive del Covid-19». Ma non è tutto.


Perché il gruppo di ricerca, guidato dal direttore dell’Anestesia e rianimazione generale e Cardio-toraco- vascolare, Alberto Zangrillo, e dal vicedirettore scientifico e primario dell’Ematologia, Fabio Ciceri, ha fatto emergere un’altra evidenza, non secondaria: i pazienti a maggior rischio hanno un basso numero di linfociti nel sangue – «perché esauriti da una risposta immunitaria fuori misura », piuttosto comune nei malati gravi – e valori elevati di «alcuni marcatori che misurano la presenza di una reazione iper-infiammatoria». Per tradurre: la risposta immunitaria di alcune persone innescata proprio per difendere l’organi- smo dall’aggressione del virus è spesso sovradimensionata e addirittura dannosa per l’organismo stesso. Tanto da causare un’infiammazione acuta non più controllabile.

Dunque, giorno dopo giorno il Sars-Cov-2 svela particolari e peculiarità utili sia sul fronte terapeutico sia su quello diagnostico e della prevenzione. Si tratta di informazioni essenziali specie mentre in Italia si lascia la fase emergenziale più acuta per intraprenderne una con minori limitazioni. A patto che si crei, spiegano dal nosocomio del Gruppo San Donato, un’alleanza tra ospedali ad alta specializzazione (che conoscono meglio la malattia e dispongono di farmaci innovativi) e la medicina del territorio (che può velocemente identificare la popolazione più esposta): «Attraverso un programma di screening e un intervento tempestivo, innanzitutto a domicilio, possiamo gestire la patologia in anticipo, riducendo altamente la mortalità – afferma Alberto Zangrillo –. Per fare un esempio concreto, un iperteso con più di 65 anni, a fronte di un episodio febbrile non deve essere lasciato a casa nella speranza di un’evoluzione positiva del quadro clinico.




L’anestesista Alberto Zangrillo e l’ematologo Fabio Ciceri: per guidare la riapertura del Paese in sicurezza occorre un coordinamento nuovo tra medicina del territorio e ospedali ad alta specializzazione

Deve essere tempestivamente inserito in un percorso di diagnosi, monitoraggio e cura». Oggi, aggiunge Ciceri, «grazie agli indicatori che abbiamo individuato, possiamo riconoscere in anticipo i pazienti che svilupperanno la forma più grave della patologia». E su questi pazienti, evidenzia l’ematologo, «potremo intervenire più precocemente e con maggiore efficacia usando le terapie che già stiamo testando con discreto successo su malati in condizioni più avanzate ». Insomma, con le nuove misure precauzionali ormai alle porte – sembrano suggerire gli scienziati – si dovrebbe tener conto delle rilevanti differenze tra fasce di età e fattori di rischio. Come dire: inutile sottoporre alle identiche limitazioni una donna di 35 anni e una persona anziana con una malattia del cuore severa. I dati nello stesso San Raffaele vanno in questa direzione: su migliaia di casi da Covid-19 trattati, solo il 5% riguarda persone con meno di 40 anni. Una percentuale marginale rispetto ai numeri dei cittadini più fragili. 11 milioni di persone, ha ricordato ieri il presidente della Fondazione 'Insieme contro il cancro', sono gli italiani che convivono con ma-lattie oncoematologiche e cardiovascolari. E tra loro non sono pochi coloro che hanno deciso, per paura di infettarsi, di rinunciare alle cure ospedaliere. Una ragione in più per ridisegnare la sinergia tra i centri di cura più avanzati e i camici bianchi del territorio.

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