giovedì 15 marzo 2018
Come nella serie tv Gomorra c'era anche una donna al vertice dell'associazione dedita a rapine e al traffico internazionale di droga: mai confini così labili tra fiction e vita reale
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Mai confini così labili tra fiction e vita reale, che ormai paiono vivere in un complesso gioco di specchi. Ora sono le donne dei clan a copiare “Gomorra”. Lo certifica, addirittura, il gip di Milano Roberta Nunnari nella sua ordinanza per l’inchiesta del pm Maurizio Ascione su un vasto traffico di droga. Nel delineare il ruolo di Vanessa Costantino, 24 anni, una delle destinatarie dei 24 ordini di custodia assieme al suo compagno Luciano Beccalli, che all’epoca dei fatti era detenuto nel carcere di Monza, il gip scrive che la donna «verosimilmente» emulava la «figura di “donna Imma”, la moglie del boss della camorra Pietro Savastano della nota serie tv “Gomorra”».

Come la mora protagonista della prima serie della fiction tratta dai best seller di Roberto Saviano (interpretata da Maria Pia Calzone), la donna secondo il gip teneva le fila dell’organizzazione criminale, «assumendo la figura della “donna del capo”, sicuramente seguendo la formazione impartita dal compagno». Fin qui non sarebbe una novità, perché già molte sono le donne a capo di organizzazioni malavitose. Tanto che la stessa serie prodotta da Sky, specie nel terzo capitolo diretto da Francesca Comencini, aveva dato sempre più spazio alle donne del clan. Ora che però Scianel o Patrizia siano diventate anche un inquietante modello estetico-comportamentale, lo mette nero su bianco un magistrato. Scrive il gip Nunnari che la Costantino agiva «molto verosimilmente emulando le figure femminili delle fiction televisive del genere “crime”, riferiva i messaggi di Beccalli dettando, in maniera energica e risoluta, le linee guida da seguire in assenza del leader del gruppo, minacciando anche interventi di soppressione fisica».

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La donna, si legge ancora, veniva «accostata» dagli altri componenti della banda «alla figura di “donna Imma”» della fiction “Gomorra”. E qualcosa dovrà pur valere la parola di un magistrato, nonostante produttori e responsabili delle emittenti si trincerino dietro la indiscutibile qualità televisiva e il successo commerciale di un prodotto made in Italy venduto in decine di Paesi nel mondo, limitandosi a dire che la fiction racconta una realtà che indubbiamente esiste. Ma che non è l’unica, come si sforzano di dire molti sacerdoti e maestri di strada (su “Avvenire” nelle ultime settimane lo hanno ripetuto Marco Rossi Doria e Cesare Moreno) che vivono la sfida educativa sul campo, e denunciano l’influenza dei «modelli negativi» esaltati dai media.

Quello della commistione tra realtà e macchina da presa in quel di Scampia è un argomento che ha suscitato più di una polemica. Lo stesso sindaco di Napoli Luigi De Magistris, lo scorso dicembre, a seguito dell’ondata di violenza delle baby gang in città aveva denunciato ai microfoni di Rai Radio1: «Mi preoccupa molto, da sindaco, da genitore e da ex magistrato, l’emulazione che diversi ragazzi fanno nell’imitare i personaggi negativi quasi come se diventassero positivi o simpatici. Si perdono i punti di riferimento quelli veri della vita, e questo è pericoloso». Aggiungendo che secondo lui «la sera dopo il serial aumentano anche le “stese” (i colpi sparati a raffica a scopo intimidatorio, ndr) nella nostra città».

Nel frattempo arriva la notizia che ieri è stato arrestato in un blitz a Scampia, Salvatore Russo, detto “Totoriello”, che recitava nel cast del film “Gomorra” di Matteo Garrone, il quinto attore del film a finire in manette. Ancora un doloroso paradosso.

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