sabato 15 novembre 2008
Laudisio, presidente del Tribunale di Monza, 9 anni fa dichiarò inammissibile il ricorso per staccare il sondino.
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Cattolico e giudice, un bel dilemma per Nicola Laudisio. Il presidente del tribunale di Monza – che si trasferirà a Como non appena il Csm approverà la sua nomina – risponde che «come cattolico la mia coscienza non accetta determinate cose», anche se come giudice «rispetto le sentenze, come quella della Suprema Corte». Nove anni fa, il nome di Eluana non finiva ogni giorno in prima pagina e le carte del tribunale di Lecco, di cui Laudisio era presidente, riportavano semplicemente le iniziali, per ragioni di privacy. Ma quel ricorso non si può dimenticare e Laudisio non se l’è scordato. Il giudice fu il primo a dire di no a papà Beppino. «Rigettammo il suo ricorso - ci racconta - perché considerammo le sue richieste una forma di eutanasia». La battaglia intorno alla vita di Eluana era appena iniziata. Il padre della ragazza «ricoverata presso una casa di cura in stato vegetativo post traumatico irreversibile», si legge nelle carte, aveva richiesto al Tribunale l’autorizzazione «a esprimere per conto della figlia il consenso a che, ferma restando la somministrazione dei farmaci per l’epilessia e per la cura del disagio fisico connesso alla mancanza di liquidi, vengano interrotte le cure che consentono al corpo della stessa di protrarre lo stato vegetativo, mediante interruzione  dell’alimentazione artificiale». Laudisio e i giudici Davide De Giorgio e Daniela Marconi il primo marzo del 1999, definirono «del tutto evidente l’inammissibilità della richiesta» e definirono «inammissibile il ricorso». I giudici lecchesi sintetizzavano la situazione in questo modo: «L’umana comprensione per l’esasperazione e il dolore che hanno indotto il genitore a ravvisare nella morte l’unica risposta dignitosa alla sofferenza che da anni pervade la vita della figlia, non può esimere il Tribunale dal sottolineare il profondo contrasto della richiesta con i principi fondamentali dell’ordinamento vigente, rispetto ai quali ogni forma di eutanasia appare non altro che un inaccettabile tentativo di giustificazione della tendenza della comunità, incapace di sostenere adeguatamente i singoli costretti a una misura di estrema dedizione nei confronti dei malati nella speranza di guarigione, a trascurare i diritti dei suoi membri più deboli e in  particolare di quelli che non siano più nelle condizioni di condurre una vita  cosciente, attiva e produttiva». Nel 2003, intervistato da Monza club, lo stesso giudice aveva spiegato che «la regola fondamentale della morale è una sola: osservare, per chi crede, i comandamenti; per chi fa il giudice le leggi». E a distanza di anni non ha cambiato parere ma ammette che il diritto «è soggetto all’interpretazione e prendo atto delle sentenze diverse che si sono avute su questo caso». Nel decreto del ’99 si parlava della tutela costituzionale del «diritto alla vita come primo fra tutti i diritti inviolabili dell’uomo, la cui dignità attinge dal  valore assoluto della persona e prescinde dalle condizioni anche disperate in  cui si esplica la sua esistenza». Si rilevava «l’indisponibilità del diritto alla vita da parte dello stesso  titolare, desumibile dall’art. 579 del codice di procedura civile che incrimina l’omicidio del consenziente, rende inconcepibile la possibilità che un terzo rilasci validamente il consenso alla soppressione di una persona umana incapace di  esprimere la propria volontà». Si rilevava infine che «nel caso in esame, la sospensione dell’alimentazione artificiale si risolve nella soppressione del malato per omissione nei suoi  confronti del più elementare dei doveri di cura e assistenza». Nove anni dopo, con le valigie in mano per Como, Laudisio rispolvera il latino - "tot capita, tot sententiae"- e si adegua al parere della Cassazione, ma ammette: «La mia visione degli atti fu di parere opposto». E commenta: «Noi giudici siamo persone che applicano il diritto. La verità la conosce solo Dio».
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