venerdì 17 marzo 2017
Scomparso venerdì e noto come "l'Omero delle Antille", vinse il Nobel nel 1992. Nel suo inglese da sogno si fondono magicamente la lirica, l'epica e il teatro di Shakespeare
Derek Walcott, ritratto di un poeta totale

Ieri una grande luce si è spenta. Ma io la vedo riaccendersi, transoceanicamente – oggi mentre scrivo, che è ieri per voi che mi leggete, in quel tempo senza tempo che è l’Oceano, la terra di Derek Walcott – vedo la sua luce spegnersi e riaccendersi, a intermittenza eterna, come il ritmo del faro, luce sul mare. Sì, mi par di vedere il faro di Santa Lucia, la piccola isola caraibica che Derek Walcott, guardando il mare, accendendo i suoi versi con il moto intermittente e insopprimibile del faro, ha fatto una seconda Itaca. Come il sommo Ugo Foscolo fece con Zacinto, uomini nati su un’isola si trovano ulissicamente al centro del mondo, nel cuore dell’avventura. «Walcott ci dà più di se stesso o di un “mondo”; ci dà il senso dell’infinito che è racchiuso nel linguaggio poetico», scrive Iosif Brodskij. Il suo verso tanto nelle composizioni brevi quanto in quelle poematiche, letteralmente “naviga”. Walcott in pieno Novecento, secondo Novecento, riporta la poesia ai suoi cardini, alle sue origini greche: fonde la lirica con l’epica, il poema con la drammatica, il teatro. In questo poeta caraibico, selvaggio nella scontrosità ridente, inafferrabile, raffinatissimo nella lingua elaborata da Shakespeare e John Donne, la poesia rinasce nella sua potenza originaria come in un mito di rigenerazione.

Derek Walcott, oltre che un uomo bellissimo, è un gigante. Poesia totale, senza se e senza ma. Tutto: l’epica omerica, il dramma elisabettiano, la commedia shakespeariana, la Babele linguistica traversata dall’uomo nei millenni, fatta lingua purissima, cantata e segnante, un inglese da sogno. Quando vinse il Nobel, nel 1992, da tempo era considerato, negli ambienti della poesia, l’autore dell’inglese più bello che si stesse scrivendo (quello del nigeriano Wole Soyinka era già un classico). Prodigiosa la sua fusione di lingua inglese e antillana, nutrita dagli echi del francese del Caribe, dai suoni ancora magici di quella terra in cui Shakespeare ambientò La tempesta e il regno delle voci di Ariel. Walcott ha tramutato la condizione drammatica delle Antille (egli stesso discendeva da schiavi) in un prodigioso trampolino di lancio per una nuova lingua, un melting pot di cui si sente interprete prescelto: «Io sono solamente un negro rosso che ama il mare, ho avuto una buona istruzione coloniale, ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese, sono nessuno, o sono una nazione», scrive di se stesso.

Walcott è mago non solo nella fusione di lingue, ma anche nella creazione di un’opera poetica che ripristina i tre generi, che chiaramente Eliot teorizzò: la poesia lirica (quella che tutti conosciamo e che è egemone da Petrarca in poi), la poesia drammatica (quella che è stata dimenticata, pur essendo il genere di Eschilo e Shakespeare) e l’epica, vale a dire la strada avventurosa del poema, la poesia che racconta, l’epopea, di cui con Omeros Walcott offre un esempio straordinario. Brodskij, nella sua lectio in occasione del Nobel, afferma che la poesia è inscritta nel nostro Dna. «È così – rispose Walcott – sono sempre stato d’accordo su questo con Iosif. L’uomo nasce con la poesia, e la poesia con l’uomo. È un rapporto fisiologico. L’uomo non potrà mai strapparsi di dosso la poesia». Sarà anche una necessità, ma per me la poesia è prima di tutto una realtà. Una presenza. Certo se una cosa esiste vuol dire che è necessaria, che non può mancare. Senza programmarlo, di fatto la poesia è sempre il prodotto di una visione del mondo. Al poeta occorre fare una forte considerazione sullo stato del genere umano. In generale, all’origine, e nel suo tempo, nel tempo in cui il poeta vive e sta scrivendo. In generale si sta creando da tempo un impero culturale il cui centro probabilmente è la cultura americana. La difesa della lingua, di ogni lingua è quindi una forma di resistenza culturale».Walcott lo ha fatto creando una lingua nuova. Adottando la lingua del colonizzatore e trasformandola con lo spirito del Caribe, in senso linguistico e non solo. Spesso le lingue che decadono divengono potenziali di eccellente letteratura, diceva. Intuizione geniale, oltre che provata dal suo fare. Il poeta, intuiva con incredibile naturalezza, le prende nel loro stato di decadenza e le nutre con altre: «Immaginiamo se Dante avesse scritto la Divina Commedia in latino. Non sarebbe stato nulla di paragonabile. E con una nuova poesia nasceva una nuova lingua».

Ha scritto Omeros, dove ricompaiono Elena, Ettore, Achille, in una Santa Lucia transtemporale, accanto a personaggi di epoche diverse. Ha scritto La goletta Flight, magnifico poemetto di mare, dannazione, preghiera. Ha scritto i nomi delle piante delle sue isole come solo gli sciamani li sanno pronunciare, in trance. Ha reso quei nomi cose fuori dal trance, cose shakespeariane. Ha scritto Love after love, Amore dopo amore, la più grande poesia d’amore del Novecento, alla pari con Aprile-amore di Luzi. Non perdete tempo a leggere una mia impossibile e disperata parafrasi: aprite i libri, leggetele tutte e due, martedì è la Giornata della poesia. Derek Walcott: una grande luce passa a un altro regno, e non si è spenta.

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