domenica 31 maggio 2020
Ritrovati i testi di un corso che Leone Piccioni tenne nel 1971–1972 sul poeta di “Sentimento del tempo” a 50 anni dalla morte
Ungaretti con il gatto Bobosse

Ungaretti con il gatto Bobosse - WikiCommons

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Dalle carte di Leone Piccioni, allievo e curatore dell’intera opera poetica ungarettiana, scomparso il 15 maggio del 2018, sono emersi i testi inediti di un corso universitario tenuto nell’anno accademico 1971–1972 all’Istituto Universitario di Lingue Moderne (Iulm) di Milano, sulla poesia di Ungaretti. Il corso si incentrava sul Sentimento del Tempo e su Il Dolore, con incursioni in L’Allegria. Per ricordare Giuseppe Ungaretti nel cinquantesimo anno dalla sua morte, avvenuta a Milano nella notte tra il primo e il 2 giugno 1970, pubblichiamo la lezione sulla prima poesia di Sentimento del Tempo, intitolata “O notte”.

L’operazione del rinnovamento metrico Ungaretti la conduce in due tempi: prima con L’Allegria, dove distrugge il verso tradizionale, proponendo versicoli che avevano e che hanno internamente la loro stupenda metrica; poi nel Sentimento del Tempo riproponendo l’endecasillabo e il novenario, che però non rischiano più di sembrare versi di imitazione, proprio perché hanno sperimentato quella operazione di distruzione del verso e quindi rinascono dopo qualcosa che ha sconvolto e ha distrutto il tran tran della versificazione italiana di quel tempo. Ungaretti ripropone alla poesia contemporanea – e tutti ne attinsero poi a piene mani – un nuovo endecasillabo, un nuovo novenario, che non sia d’imitazione, che non sia accademico, ma che sia un nuovo verso italiano, della poesia contemporanea. Ci sarà un tema che ritorna sempre nella prima parte delle poesie ungarettiane, ed è la riflessione sulla vita. In fondo sono scoperte elementari e Ungaretti stesso ammetteva ridendo, in qualche confidenza: «Avevo fatto delle scoperte di “Monsieur De La Palisse”». Avere scoperto che l’amore è una garanzia della vita, della specie, era forse una scoperta degna di Monsieur De La Palisse; tuttavia per lui nuova e quindi importante. Scopre come la giornata abbia quattro parti: l’alba, il giorno, la sera, la notte.

E con un gioco attentissimo e molto preciso di luci, si dà, nella poesia, a descrivere questi passaggi di luce, che sono tra l’alba e il giorno, tra il giorno e il meriggio, tra la sera e la notte. Questi quattro tempi sono anche le quattro stagioni: la primavera, che è un po’ come l’alba; l’estate, che è un po’ come il giorno, piena di luce; l’autunno, che è un po’ come la sera, il tramonto; l’inverno, che è un po’ come la notte. E quattro sono le stagioni della vita dell’uomo: la giovinezza, ormai passata, che è un po’ come l’alba e la primavera; la maturità, che è un po’ come il giorno e l’estate, con tutte le esplosioni di cui la maturità è capace, anche di eccezioni del paesaggio, anche di intensità del sentimento d’amore; la vecchiaia, che è un po’ come la sera e come l’autunno; la morte, che è un po’ come l’inverno e come la nera notte. Su questo tema elementare, ma così strutturato, vedrete che nelle poesie del Sentimento del Tempo, all’interno di questo scenario di paesaggio, e all’interno di questo canto della dimensione dell’amore, c’è un continuo trapasso della memoria e dell’identità di situazioni di luce tra alba, giorno, sera, notte; gioventù, maturità, vecchiaia, morte; e le stagioni, che si susseguono con quella stessa rapidità.

Nella prima poesia del Sentimento del Tempo, intitolata “O notte”(1919), Ungaretti descrive , per passaggi di luci e per passaggi di reazioni sentimentali, rapidissimamente descrive il tenue passaggio dalla notte che precede l’alba, alla notte che si ricollega a quella tenebra. Prima dell’alba, in questa ansia di attesa, l’attesa si colora delle prime luci che ci consentono di vedere per la prima volta gli alberi, che hai di fronte a te. Gli alberi all’improvviso, per la prima luce che arriva, si svelano, o “Dolorosi risvegli”: questo nuovo giorno porta un risveglio doloroso, perché mi fa capire in quale stagione sono. La stagione è descritta realisticamente: è questa delle foglie, delle “sorelle foglie” – e questo potrebbe anche essere un riferimento dannunziano – che cadendo annunciano la stagione nella quale siamo, nella quale stiamo andando. Ed ecco che infatti lo dichiara subito dopo: “Autunni, moribonde dolcezze”. Io ho passato la giovinezza da poco, non sono ancora nell’autunno, ma già ci penso.

Uno dei segreti della giovinezza è che non si pensa alle stagioni che verranno. Appena superata la giovinezza, anche se si vive nella maturità, il pensiero continua a fissarsi su quella che sarà la prossima ineluttabile vicina stagione della decadenza fisica, a volte anche intellettuale, che ci porta verso l’autunno. Le “moribonde dolcezze”: sono le ultime dolcezze che si sperimentano anche nella stagione della maturità. Quindi sentite come è tutto intricato: il riferimento alla luce del giorno, i riferimenti obiettivi alle stagioni, con un mescolarsi delle proprie emozioni e dei propri sentimenti. “O gioventù”: aveva detto in Lucca che non aveva più nostalgia, ma sentite che toni nostalgici che vengono fuori: “O gioventù, passata è appena l’ora del distacco”. E pensare che mi sono appena staccato da te e già sono così mutato. “Cieli alti della gioventù”, quando l’orizzonte pareva sconfinato, quando pareva che non ci dovessero essere dubbi su quella che sarebbe stata la nostra esplosione vitale. “Cieli alti della gioventù, libero slancio”: quando si era capaci di slanci che non avevano termine, che pareva non dovessero aver termine. Il distacco è appena passato: “e già sono deserto”. Già sono diventato solo, senza speranze; e vivo perso in questa “curva malinconia”, questa malinconia che è destinata a curvarsi in discesa, che non è più destinata a essere in ascesa. Sono entrato in questa curva malinconica che piano piano scenderà verso la fine e il nulla. Arriva la notte e si perde il senso della distanza; ci si riconduce a questa notte quasi cessando di pensare, quasi coprendosi gli occhi per non pensare più. E nella notte ecco questi silenzi che non sono interrotti da niente, che ci sprofondano o nella meditazione o nell’oblio: “Oceanici silenzi, astrali nidi d’illusione”. Nella notte le illusioni assumono, appunto, un carattere che non ha più a che vedere con l’esperienza della vita; o possono nella notte visitarci dei sogni, ma i sogni ti conducono a una dimensione di irrealtà, non a una dimensione reale. In questa poesia, come in tutto il Sentimento, il lavoro delle varianti è notevole.

Nelle prime redazioni c’erano versi come: “salgo la strada predata dai venti”,“dall’ansia ampia dell’alba/ gli alberi salgono/ già seminudi/ abbandoni fatali/ secco tormento”,“o gioventù/ folta stagione”. Interessante notare che nelle prime redazioni aveva detto: “la morte sperde le lontananze” invece di “la notte sperde le lontananze”; è un caso di variante interessante perché per analogia si può dare un senso preciso all’ultima voce accettata, notando l’insistenza che nelle precedenti versioni aveva portato a una particolare voce. In questo caso risulta che se il poeta aveva sempre accettato la parola “morte”, ma in conclusione sceglie “notte”, è pienamente giustificabile sostenere l’analogia tra l’idea di morte e di notte. “Dall’ampia ansia dell’alba”: notiamo le costruzioni verbali interessanti e particolari alle quali Ungaretti arriva subito; notate le “a” aperte, lunghe, prolungate, piene di lamento; questo ha un senso naturalmente. “Svelata alberatura”: la notte comincia a cedere qualche chiarore e così facendo quest’alba attesa con ansia rivela la vegetazione. Nelle prime edizioni aveva detto “arboratura”, scegliendo una voce più poetica in senso tradizionale, poi, come sempre, corregge nel modo più semplice.

Torniamo su “Dolorosi risvegli”: dolorosi perché il passaggio di queste notti segna il trascorrere del tempo e il passaggio da una stagione vitale a un’altra. A questa situazione di passaggio basta un verso, un momento, anche se a volerla descrivere occupa tanto spazio di tempo. “Foglie, sorelle foglie/ vi ascolto nel lamento”: in un primo momento intravede solo la vegetazione, poi lentamente distingue le foglie che si lamentano per l’avvicinarsi della stagione in cui cadranno. Poi lega immediatamente concetti concatenandoli tra loro. Infatti se la strofa fosse terminata con: “vi ascolto nel lamento” saremmo arrivati all’idea dell’autunno, ma attraverso una nostra congettura; invece il poeta stesso, immediatamente, ci fornisce la chiave per l’esatta interpretazione del tema fondamentale dicendo: “autunni moribonde dolcezze”. Evoca il senso dell’autunno, di dolce disfacimento che l’autunno porta con sé. E ancora: “Cieli alti della gioventù”: improvviso rigoglio della memoria giovanile.“ Libero slancio”: esprime la felicità di quando si ha davanti la possibilità di illusione e di speranza di una vita che non abbia alcun ostacolo.

Appena distaccato da tutte le cose che compongono la gioventù, già si sente deserto. Nell’attimo di un secondo, tanto è durato il doloroso risveglio, si sente “perso in una curva malinconia”. “Ma la notte sperde le lontananze”: quando torna la notte tutte le lontananze, le proporzioni, i movimenti, si perdono e subentrano “oceanici silenzi”; possono ancora tornare: “astrali nidi d’illusione”. In variante aveva detto: “stelle riapparsi nidi d’illusione”: quindi accertiamo che in questo paesaggio notturno si accende otticamente il paesaggio stellato. Dicendo ”stelle”, più che mai si può pensare che la concentrazione dell’illusione si pone da quel momento su entità che non sono più quelle fisiche e precise dell’esperienza giovanile, ma semmai quelle metafisiche che esistono al di là del mondo dell’esperienza.

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