martedì 14 dicembre 2010
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Nel dicembre 1989, nell’ala nord dell’attuale Museo diocesano milanese, s’inaugurava una mostra straordinaria dedicata agli artisti della Collezione vaticana d’Arte moderna. Giorgio Mascherpa ne era il curatore, chiamato all’iniziativa da Carlo M. Martini, arcivescovo di Milano, non solo per la sua conclamata competenza, ma anche perché proprio di quella Collezione era stato il grande interprete e per così dire il curatore.La mostra s’intitolava Magnificat e credo di non sbagliare immaginando che il titolo corrisponda a una precisa scelta di Mascherpa, che riassumeva così il tema di una bellezza da intendersi come indizio di sacralità e, per dirla con le parole di papa Paolo VI, di una viva e operante religiosità. Nel catalogo del 1989 Mascherpa rifletteva sulla necessità «di un’individuazione, nel mutevole e così spesso materialistico giorno d’oggi, di una fiamma nuova, un nuovo messaggio spirituale e comunque riflessivo e intelligente». Rifletteva Mascherpa su un’arte che con linguaggio e forme attuali potesse esprimere la profondità spirituale dell’uomo di oggi e guardava fiducioso alle iniziative del cardinale Martini e dunque a Milano, dove «maturano le maggiori novità espressive», a legittimare la speranza in un «nuovo rinascimento del religioso, del profondo, dello spirituale». Quale sia stata poi la storia di questo Museo diocesano dalla sua effettiva inaugurazione nel 2001 è cosa nota a molti. Ma si vorrebbe dire che fra i padri di questo museo, immaginato dal cardinale Schuster e realizzato da Martini, un posto non di secondo piano spetta anche a Mascherpa, per la sua propensione ad approfondire la dimensione sacrale dell’arte e per la sua capacità di guardare tanto all’arte contemporanea quanto a quella antica, cercando comunque nell’opera non solo l’appartenenza a un preciso iter storico artistico, ma anche a un ininterrotto cammino di fede e di ricerca spirituale che la manifestazione artistica ha sempre saputo testimoniare. La sua stessa libertà nel dedicarsi tanto agli artisti del Rinascimento, quanto a quelli dell’Ottocento lombardo o ai grandi del Novecento, fino ai compagni di strada, gli amici pittori, alcuni già noti, altri sconosciuti, ma certamente meritevoli e autenticamente impegnati, è, questa stessa libertà, rivendicata orgogliosamente dal Museo diocesano di Milano, che non vuole limitarsi a essere un luogo di conservazione di ciò che gli uomini nel tempo han detto essere arte, ma che studia con attenzione il presente, la contemporaneità, cercando in essa non soltanto la sua forza espressiva, il suo essere testimonianza dell’oggi, ma anche modalità nuove per guardare al passato e immaginare il futuro. In anni ormai lontani in cui l’arte contemporanea pareva potesse essere solo astratta, Mascherpa ha saputo coraggiosamente rivendicare anche le ragioni del figurativo. E confrontare le une con le altre alla ricerca della loro verità intrinseca e dell’originalità espressiva. In anni in cui nessuno osava proporre il tema della figura umana e della riflessione su di essa, considerata in sé e nel suo contesto temporale e metropolitano, lui sapeva capire e interpretare le ragioni di un realismo esistenziale che non contraddicevano quelle di chi si muoveva al di là della figurazione, ma ne scoprivano la radicalità umana. Giorgio Mascherpa in ogni fase della sua vita ha avvertito il bisogno di un cambiamento epocale, rivendicando alla Chiesa il diritto-dovere di interrogare gli artisti e a essi quello di cercare risposte, lungo la linea tracciata dal pensiero montiniano. Friedrich Gogarten ha descritto bene il destino di una generazione «fra i tempi»: questo sentirsi in mezzo fra le visioni totalizzanti della ragione illuministica e la nascita di una nuova coscienza europea, in cui il reale e l’ideale si confrontano e si combattono verso la conquista di nuovi linguaggi e il desiderio di un nuovo approdo. Mi capita spesso di ripensare al maestro e all’amico. Del maestro ricordo la rapidità dell’intuizione e la disponibilità al confronto. Negli anni Ottanta, lavorando con lui e con altri studiosi, fra i quali il compianto e carissimo Gian Alberto Dell’Acqua, a una mostra dedicata a Mosè Bianchi, mi colpiva il suo desiderio di spostare lo sguardo sempre più in là. Anche quando si trattava di ironizzare sui famosi tiepolismi, rimproverati al pittore monzese dallo stesso Longhi, si appassionava a scorgere in essi precoci avvertimenti informali, riconducibili dunque non tanto a una moda, quanto alla propensione tutta lombarda a cogliere nella pianura, là dove il cielo è più basso, l’avviso di una luminosità generosa, scoperta fra la densità delle nubi e improvvisi e rari chiarori. Spostare lo sguardo più in là significava guardare all’arte figurativa contemporanea per scoprire la forza metaforica, capace di rivelare la densità di un senso nuovo delle cose. Altri hanno sfruttato questo filone interpretativo e su di esso hanno anche costruito vantaggiosi progetti, a lui il merito di averlo intuito proprio quando la moda del tempo sembrava dire che la cultura, quella vera, stava tutta nell’espressionismo astratto e comunque lontano dalla forma delle cose, lontano dall’esistenza e dalla storia dell’uomo. Giorgio Mascherpa è stato un uomo fra tempi diversi, ha condotto la sua barca fra correnti opposte, mantenendo saldo il timone, senza rinunciare un sol giorno alle sue convinzioni, al suo credo.
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