martedì 10 novembre 2009
Lontano dai riflettori (nessuna tv collegata) e dall’attenzione dei media, la pallavolo trentina dopo scudetto e Champions League ha vinto anche il titolo mondiale per club. Ma anche il successo delle donne in Fed Cup sugli Usa rappresenta l’affermazione di atlete serie e silenziose. Che la tv snobba.
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La pallavolo italiana ha trovato il petrolio nel Qatar, oro nero al prezzo di tre set a zero, anche in finale. Ma non ci s’infiamma, perché la vittoria mondiale della piccola Trentino Betclic sui club più grandi del continente (brasiliani e russi, compresi) nessuno l’ha potuto vedere, soltanto ascoltare. Disinteressate all’acquisto dei diritti televisivi tutte le reti nazionali, è stata infatti una radio locale trentina a raccontare domenica sera in diretta dal Qatar l’impresa solitaria e all’apparenza paradossale di una società dolomitica che ha trovato fra le dune del deserto il suo tetto del mondo. Nel palazzetto di Doha, con le loro sciarpe gialloblu fra i turbanti bianchi degli emiri, erano poco meno di 33 i trentini che hanno salutato con questo striscione i loro schiacciatori: «Prossima destinazione: Marte». Ma quei tifosi rappresentavano i 4 mila che affollano ogni domenica il Palatrento, proiettando sotto rete l’entusiasmo di una provincia salita in meno di dieci anni dalle stalle alle… stelle della pallavolo. Nella finale anche i nazionali polacchi del Belchatow si sono inchinati al severo “cappotto”, un... loden anzi, sfoderato dai trentini: sei partite e sei vittorie secche in tutto nel torneo asiatico, e premi individuali attribuiti dalla giuria internazionale: Raphael Vieira miglior palleggiatore, Osmany Juantorena miglior battitore, Matey Kaziyski miglior schiacciatore. Ma non bastano gli astri nascenti stranieri, per spiegare questa coda luminosa di successi: solo negli ultimi 14 mesi l’Itas Trentino Volley ha vinto lo scudetto italiano (7 maggio 2008), quello difficilissimo della Cev Indesit Champions League (5 aprile 2009) ed ora quello mondiale. Mister Radostin Stoychev, ex nazionale bulgaro, sulle Alpi si trova talmente bene da aver firmato il contratto fino al 2014: «Ho realizzato un sogno che avevo da bambino - dichiara il sergente di ferro amato dai trentini - ma già domani torniamo a lavorare per aprire un nuovo ciclo».Dove finiranno i 250 mila dollari incassati per il titolo mondiale dal baffuto Diego Mosna, l’industriale presidente che ha trasformato la squadra-azienda in una squadra-territorio? «Nella crescita del movimento giovanile», risponde Mosna. Forte del consenso del tessuto sociale e politico (in tribuna trovi il sindaco e il direttore degli artigiani, l’anziano presidente dello sponsor assicurativo e perfino il prete affascinato dallo spirito di squadra), la società ha consolidato un motore organizzativo doc che dà forza al movimento di base: la moltiplicazione delle squadre ha portato già tre anni fa lo scudetto dell’Under 18, qualche titolo juniores nel beach volley, nella serie B femminile la rappresentativa vincente "Trentino Volley Rosa". E non è un caso che due giovani trentini fioriti dal vivaio (Fedrizzi e Gallosti) spuntano in panchina accanto agli indovinati stranieri. Una tesi di laurea in Sociologia, qualche anno fa, ha cercato di spiegare il fenomeno trentino: dalla meteora di Lorenzo Bernardi ("mister secolo" del volley costretto a emigrare a 16 anni) al pulviscolo di schiacciatori, preziosi come l’oro d’Oriente.Tennis azzurro: la volée della modestia. D'accordo, non c’erano le imbattibili sorelle americane Venus e Serena Williams. D’accordo: il tennis femminile non è quello, micidiale e tremendamente competitivo, dei maschi. D’accordo: questa Fed Cup (Federation Cup fino al 1995), nata nel 1963, 63 anni dopo la Davis e suo equivalente al femminile, premia la squadra in un gioco, il tennis, che come pochi altri è l’esaltazione del singolo. D’accordo tutto ciò e, volendo, altro ancora, ma quest’Italia rosa della racchetta che a Reggio Calabria si riprende, a tre anni di distanza la Fed Cup, e se la riprende mortificando gli USA con un sonante 4-0, va onorata. Sicché incontrare ieri su tutte le prime pagine sportive e no, quattro ragazze di casa nostra che alzavano la Coppa al cielo, era un bel vedere. Delle quattro Flavia Pennetta, brindisina, 27 anni, numero 11 al mondo, è quella che conoscevamo meglio. Vincitrice di otto titoli, è stata la prima azzurra a entrare, il 17 agosto scorso, nella classifica delle Top ten. Ma anche Francesca Schiavone, milanese, 29 anni, nove titoli e recente vincitrice a Mosca nonché numero 16 al mondo, sapevamo bene chi fosse. Così come conoscevamo la  tarantina Roberta Vinci, 26 anni (cinque titoli, n° 64 nel mondo) che faceva parte del gruppo 2006. A loro, da oggi, sono da aggiungere i ventidue anni della bolognese  Sara Errani (quattro titoli, n° 47 al mondo). Superfluo dire, naturalmente, che le magnifiche quattro si affiancano alle nostre signore della scherma, alle dame del pedale, alle pallavoliste e naturalmente, come si va in acqua, a Federica Pellegrini e Alessia Filippi. Il che autorizza Gianni Clerici a scrivere su Repubblica che in un paese popolato una volta da machos e oggi da bamboccioni «è addirittura controproducente che non siano loro, le donne, a dirigere il paese, visti i disastri dei maschi». Ovviamente, com’è nel nostro costume, la vittoria nella Fed Cup non ha mancato di dare la stura a tutta una serie di dichiarazioni declamatorie. Il ct Corrado Barazzutti non s’è dimenticato la fatidica parola “storia” («Queste ragazze hanno riscritto la storia») e, quanto al presidente della Federtennis, Angelo Binaghi, le quattro avrebbero preso in mano «non solo il loro movimento, ma quello dello sport italiano in generale». Così, in fin dei conti, le più misurate sono apparse loro, le trionfatrici di Reggio. E consapevoli che mai come nella Fed Cup l’unione fa la forza: «Come squadra abbiamo battuto tutti», ha detto la Pennetta. «Questo è il miglior team in cui mi sia mai trovata», le ha fatto eco la Schiavone. «Per me è un grande onore far parte di questa squadra», ha chiosato Sara Errani. E, a chiudere: «Le cose noi le facciamo bene quando voi uomini ce le lasciate fare». Ma a parlare, stavolta, è stata una ragazza un po’ meno giovane: Rosy Bindi.
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