sabato 13 ottobre 2018
Il tecnico del grande Settebello degli anni 90 ricomincia dai campioni tricolore di Recco: «La mia carriera è costruita sul lavoro. Allenare è come dipingere, non a caso sono appassionato di pittura»
Ratko Rudic durante un allenamento a Punta Sant'Anna

Ratko Rudic durante un allenamento a Punta Sant'Anna

Pioviggina sul molo, ma il cielo plumbeo esalta il fascino senza tempo di una vasca gloriosa, la piscina di Punta Sant’Anna. Qui si è affermata la leggenda della Pro Recco, la squadra di pallanuoto più titolata al mondo. La gradinata che svetta sul mare ricorda il numero di scudetti: 32 di cui 13 conquistati negli ultimi tredici anni. Il club ligure fondato nel 1913 domina incontrastato in Italia ma può vantare una bacheca immensa in cui spiccano anche otto Champions League, come nessun altro in Europa. L’ultimo trionfo però in questa vasca è del 2010 (lo scudetto vinto con il Savona). Oggi la squadra gioca a Sori ma a Punta Sant’Anna svolge tutta la preparazione finché le temperature lo consentono. È un pezzo di cuore per i recchelini, per questo la società del patron Gabriele Volpi sta portando avanti un progetto di riqualificazione per giocarci tutto l’anno. Nella città che ha reso la pallanuoto un marchio di fabbrica Igp al pari della focaccia, non può che sentirsi a casa anche l’allenatore più vincente nella storia di questo sport. Il croato Ratko Rudic si presenta all’appuntamento con il suo storico e inconfondibile baffo ma dimagrito rispetto agli anni d’oro del Settebello. Lui che aveva deciso di smettere due anni fa, non ha saputo resistere al richiamo di Recco e siederà quest’anno sulla panchina dei campioni d’Italia. A settant’anni, dopo aver vinto tutto quello che c’era da vincere, appare carico e in forma per la nuova avventura. «Oggi non ci alleniamo, i ragazzi mi hanno chiesto una giornata di riposo prima dell’inizio del campionato e gliel’ho concessa. Ma si sono giocati il jolly…». Sorride, lui che si porta dietro la fama di sergente di ferro: «Le vittorie si costruiscono sugli allenamenti. È vero forse che i nostri sono più duri di altri sport ma adesso stiamo facendo sei ore di allenamento al giorno, quattro in acqua e due in palestra… Con le Nazionali ne facevo anche di più».

Del resto non si vincono per caso quattro ori olimpici con tre Nazionali diverse ( Jugoslavia 1984 e 1988, Italia 1992, Croazia 2012), un palmarès che l’ha consacrato come “santone” di questo sport: «Ma un po’ mi infastidisce essere considerato così. Bisogna rimanere semplici e umili. Io non ho la bacchetta magica, tutta la mia carriera è stata costruita su un grande lavoro. E se mi chiedono qual è stato il successo più bello rispondo: “Quello che deve ancora venire”». Un curriculum di tutto rispetto già da giocatore, ma è in panchina che ha battuto ogni record. Negli occhi degli appassionati italiani ci sono ancora i suoi tuffi in acqua dopo le tante vittorie azzurre negli anni Novanta quando un’intera nazione si scoprì in calottina a guardare le imprese del Settebello in Tv. «Sono legato a tutte le squadre che ho allenato, ma il ciclo con l’Italia è stato il più importante della mia carriera. Il grande slam che abbiamo messo a segno dal 1992 al 1996, con il primo posto in tutte le competizioni ufficiali, è qualcosa forse di irripetibile che mi rende particolarmente orgoglioso». Un’avventura che si è interrotta bruscamente ai Giochi di Sidney nel 2000: l’Italia perde contro l’Ungheria ai quarti di finale e Rudic, coinvolto in una rissa, viene squalificato ed esonerato: «Purtroppo è dipeso tutto da un’espulsione ingiusta di un nostro giocatore. Un episodio che ha scatenato tutto. Ero così arrabbiato che dovevo sfogarmi. Pazienza, può capitare una volta nella vita di essere squalificato. Ma gli ungheresi hanno meritato di vincere». Da dieci anni siede sulla panchina azzurra un suo allievo, Sandro Campagna, che dice di essersi ispirato a Rudic per la cultura della disciplina e la forza di trarre giovamento anche dagli insuccessi: «Le vittorie a volte mascherano i problemi, le sconfitte invece ti fanno capire dove migliorare. Campagna sta facendo un ottimo lavoro, mi piace molto il suo gioco».

Per due volte Rudic ha tentato di smettere, dopo Londra 2012 e dopo Rio 2016, quest’anno non è riuscito a dire di no a Recco: «È una delle squadre più blasonate di tutti i tempi e poi in Italia io mi sento a casa. Non sarà affatto una passeggiata vincere il campionato, le rivali, come Brescia e Sport Management, si sono rafforzate. Poi con la formula secca della Final Six una partita la puoi sbagliare. Aver vinto gli ultimi tredici titoli non significa niente, vogliamo arrivare a venti…». Il grande obiettivo però è tornare a primeggiare in Europa, con una sola Champions vinta da Recco nelle ultime sei stagioni. «Il girone è difficile ma abbiamo i giocatori per arrivare fino in fondo». L’entusiasmo e la voglia di vincere di Rudic sono rimasti quelli di un ragazzino: «Io sono un fanatico dello sport. Lo ero già da bambino: lo sport era una dipendenza, come il cellulare o i videogiochi per i ragazzi di oggi. Mi allenavo nello stesso giorno in tre sport diversi: pallamano, pallacanestro, pallanuoto. Mi piaceva molto anche il calcio, ma mio padre temeva che poi avrei smesso di studiare. È stato però lui che aveva fatto atletica e boxe a incoraggiarmi nell’attività sportiva'. La passione più grande però è sempre stata quella di educare: 'Ho smesso di giocare quando ancora ero in Nazionale, perché la mia aspirazione da sempre è quella di allenare. Ho rinunciato alla stipendio da giocatore che era cinque volte superiore per cominciare ad allenare i bambini. Ho provato anche con mia figlia ma non le piaceva… Non ho mai fatto pressioni e oggi lei si è affermata come musicista: vive a Milano e suona il violoncello. Come lei è orgogliosa di me, anche io lo sono di lei perché più di ogni altra cosa mi interessava che crescesse con i valori del sacrificio e dell’onestà ».

Schivo, riservato, Rudic nasconde diverse passioni culturali: «Mi piace la musica classica e quella jazz. Divoro libri, oggi mi piacciono i gialli, ma un tempo ho amato molto i classici su tutti Tolstoj e Dostoevskij, specialmente il romanzo L’adoloscente. Da mia madre invece ho preso la vena artistica. Mi ero anche iscritto all’Accademia delle belle arti a Zagabria.Volevo fare architettura ma era difficile conciliare con l’agonismo. Però dipingo ancora e molti quadri poi li regalo. Allenare in fondo è come trovarsi ogni volta di fronte a una tela bianca: bisogna creare e ogni opera è irripetibile dalla altre. Il mio compito è quello di tirare fuori il meglio dai ragazzi, soprattutto la forza di combattere e non mollare mai. Il nostro è uno sport difficile perché raduna tre aspetti diversi: il gioco, il nuoto e la lotta. Se un giovane riesce nella pallanuoto allora vuol dire che è uno che ha carattere anche nella vita».

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