giovedì 29 settembre 2022
Inedito in Italia, è ora pubblicato con l’originale a fronte "L’uomo Mosè. Un romanzo storico", dove affronta l'eredità veterotestamentaria e la questione dell'identità del popolo ebraico
Sigmund Freud

Sigmund Freud - Epa/Roland Schlager

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Dialogo ininterrotto, quello che lega Freud a Mosè, già dal primo viaggio a Roma nel 1901, in cui l’attenzione è focalizzata sulla statua di Michelangelo, su cui scrive nel 1914 il saggio Il Mosè di Michelangelo. Il tema continua a coinvolgerlo per tutta la vita. Infatti nel 1934, con suo stesso stupore, compone uno strano 'romanzo storico', così lo chiama. Però lo tiene nel cassetto poiché la tesi del romanzo poteva essere fraintesa. Inedito in Italia, è ora pubblicato con l’originale a fronte dall’ardimentoso editore Castelvecchi, in un’edizione sontuosa: L’uomo Mosè. Un romanzo storico (tradotto da Johanna Vennemann pagine 381, euro 25,00) a cura di Giovanni Filoramo, con un ampio commento (che è quasi un libro a sé) di Thomas Gindele, (tradotto dal francese da Chiara Calcagno). Il testo tedesco è la prova della straordinaria eleganza stilistica di Freud, che nel 1930 aveva ricevuto il prestigioso Premio Goethe poiché la sua «attività creativa onora la memoria di Goethe»: un segnale estremo da parte della migliore Germania. Freud avvertiva una insuperabile remora a pubblicare il racconto in tempi in cui il nazismo trionfante aggrediva non solo gli ebrei, ma anche cristiani in nome di un’ideologia neopagana. Eh sì, perché il Mosè di Freud non è un ebreo, ma un nobile egizio, che viene infine ucciso dai figli, a conferma della colpa originaria del popolo 'eletto'. Proprio da questo efferato crimine - mitico piuttosto che storico - sorge il sentimento di emarginazione ebraica che tuttavia si mutò successivamente in quello di 'elezione'. Pur deciso a soprassedere alla pubblicazione del 'romanzo storico', tuttavia il rovello continua ad agitarlo. Finalmente, ormai in salvo a Londra, pubblica il materiale 'mosaico', completamente rivisitato e in parte anticipato su due saggi apparsi sulla rivista Imago. Nel 1939 (pochi mesi prima della sua morte il 23 settembre) esce ad Amsterdam da Allert de Lange, la casa editrice dell’emigrazione tedesca, L’uomo Mosè e la religione monoteistica. Con la materia veterotestamentaria in quegli anni si erano confrontati alcuni tra i principali artisti e intellettuali della Mitteleuropa come Schönberg con l’opera Mosè e Aronne, composta tra il 1930 e 1932 ma rappresentata solo nel 1957, anche se a Vienna già se ne parlava. Intanto Thomas Mann si era imbarcato nel suo più vasto progetto letterario, Giuseppe e i suoi fratelli , cominciato nel 1926 e terminato nel 1943, l’anno in cui scrive anche la novella 'mosaica' La legge. L’incipit della tetralogia di Giuseppe raccoglie tutte le intuizioni degli scritti 'mosaici' dell’epoca: «Profondo è il pozzo del passato. O non dovremmo dirlo imperscrutabile?». E in quel pozzo Freud aveva immerso la sua autobiografia. Non si era forse paragonato a Mosè che non avrebbe raggiunto la Terra promessa, riservata a Giosuè? Così come alla 'Terra promessa' della psicoanalisi sarebbero approdati non lui, ma i suoi allievi, in primis Jung. E non si era forse identificato con il Mosè assassinato dai suoi discepoli, Adler e Jung, che l’avevano abbandonato e 'tradito'? Mosè gli forniva il paradigma mitico dell’assassinio del padre, che aveva intuito e raffigurato in Totem e tabù del 1913, scritto negli anni in cui Freud ampia la sua visione, che dalla rigorosa prospettiva scientifica tende a trasformarsi in una teoria della cultura e della storia, affascinante e spericolata. Tutta questa materia - non certo storica, ma veramente romanzesca s’intrecciava con il risorgimento ebraico e con la variante sionista inaugurata da A.H. Ginsberg, emigrato da Odessa in Palestina col nuovo nome Ahad ha ’Am (1856-1927), che aveva riflettuto sulla figura di Mosè che per lui e per i sionisti, anzi per tutti gli ebrei orientali già duramente perseguitati, assurge a simbolo e a messaggio: «Mosè è stato la nostra guida non soltanto durante i quarant’anni nel deserto del Sinai, ma per tutte le migliaia di anni in tutti i deserti in cui abbiamo vagato». E non a caso il vecchio Freud aveva riafferrato il bastone dell’esodo a 82 anni per l’estrema peregrinazione, da Vienna a Londra. Certo, il 'romanzo storico' è assai più romanzo filosofico che storia, infatti risale all’illuminismo tedesco, a Friedrich Schiller che nel 1790 (un anno dopo la Bastiglia) aveva pubblicato La missione di Mosè . Ciò corrispondeva perfettamente alla sensibilità e all’intuizione di Freud che vedeva la salvezza nel riconoscimento della colpa per aver ucciso Mosè, padre e maestro, quale primo passo per la redenzione. Questo riconoscimento è, per Freud, un peso immane che grava sul popolo ebraico, ma che ne rappresenta la sua forza, ne custodisce l’identità, come afferma alla fine del suo racconto: «La nostra indagine ha forse fatto un po’ di luce su come il popolo ebraico abbia acquisito le qualità che lo contraddistinguono». E infine, quasi timidamente per un romanziere, ma non per lo scienziato che era, ammette: «Tutto ciò che posso offrire è un contributo che dovrà essere valutato tenendo conto dei limiti menzionati in principio».

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