giovedì 28 luglio 2022
A vent’anni dalla fondazione la neuroetica non ha ancora uno statuto definito: in parte confina con la bioetica, però agisce in contesti precisi come l’impatto morale, legale e sociale della ricerca
Massimo Grimaldi, “Scarecrow”, 2021. L’opera è esposta al Maxxi L’Aquila, a Palazzo Ardinghelli, nella mostra “Afterimage”

Massimo Grimaldi, “Scarecrow”, 2021. L’opera è esposta al Maxxi L’Aquila, a Palazzo Ardinghelli, nella mostra “Afterimage” - Courtesy Roberto e Carla Mantica

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Pubblichiamo un brano della prefazione di Andrea Lavazza e Vittorio A. Sironi per il volume da loro curato Neuroetica. Interpretare e orientare la rivoluzione delle neuroscienze (Carocci, pagine 200, euro 27,00). I contributi di più di venti studiosi offrono le prospettive interdisciplinari per un’analisi e una valutazione etica egli scenari di controllo diffuso aperti dalle neurotecnologie. Esse infatti prospettano l’opportunità di potenziarci cognitivamente, ma anche di modificare i ricordi e di creare cervelli in laboratorio. Una rivoluzione, quella dell’applicazione delle acquisizioni delle neuroscienze, che ridefinisce i concetti di mente, identità, libertà e si estende a molti àmbiti dell’esistenza, poiché influenza la morale, il diritto e l’economia. Lavazza è senior resarch fellow del Centro universitario internazionale di Arezzo e docente di Neuroetica all’Università di Pavia, nonché caporedattore centrale di “Avvenire”. Sironi è neurochirurgo, storico e antropologo; dirige all’Università Bicocca il centro studi sulla Storia del pensiero biomedico.

Il termine “neuro-etica” apparve per la prima volta nel 1973, quando la neurologa Anneliese Pontius lo utilizzò per descrivere la discussione relativa ai tentativi di fare camminare i bambini prima che comparisse in loro la naturale tendenza a muoversi in posizione eretta. Il punto riguardava l’opportunità di indurre un comportamento precoce, che avrebbe potuto rivelarsi dannoso sul lungo periodo. In questo senso, il ricorso al nuovo termine appare perfettamente adeguato alla luce del suo uso attuale. Infatti, si parlava allora di una modalità di “potenziamento”, seppure in forma di induzione anticipata di una condotta tipica. Per oltre quindici anni la parola “neuro-etica” rimase confinata in un singolo articolo scientifico. Nel 1989, il neurologo Ronald Cranford introdusse il termine “neuroeticista” per indicare la figura di un clinico che fosse anche esperto di aspetti etici e capace di trattare i dilemmi che fossero sorti nella pratica medica relativa al sistema nervoso centrale. Si dovettero aspettare quasi altri 15 anni per ritrovare “neuroetica” (questa volta senza trattino), quando, nel 2002, un gruppo internazionale di esperti si riunì a San Francisco per discutere i temi emergenti delle neuroscienze nel convegno “Neuroethics: Mapping the Field”, che è universalmente considerato l’atto di nascita della neuroetica (Marcus, 2002). Il “nuovo” termine, il cui utilizzo è stato diffuso e reso popolare anche fuori dell’ambiente scientifico da William Safire, scrittore ed editorialista del New York Times (oltre che presidente della Dana Foundation, uno dei maggiori enti finanziatori della ricerca in ambito neuroscientifico), è stato subito accolto con favore e utilizzato in maniera crescente, oltre che nella letteratura scientifica, anche in quella filosofica e bioetica, come ha messo criticamente in evidenza negli anni successivi a quel convegno il neurologo Steven Rose (2005). Che cosa sia la neuroetica è però ancora oggetto di dibattito. Vi è stata e vi è una costante espansione di studi, ricerche, pubblicazioni, riviste, convegni, libri, corsi universitari, conferenze pubbliche accomunati dal richiamo alla neuroetica. Tuttavia, non tutti coloro che sono coinvolti in queste attività diranno che la neuroetica è una nuova disciplina con un proprio statuto definito. Qualcuno parla di un ambito di ricerca interdisciplinare, altri di un’utile etichetta per identificare qualcosa che ha “un’aria di famiglia”, ma potrebbe essere ugualmente sussunto all’interno di altre discipline, per esempio: la filosofia morale, la bioetica, le scienze cognitive o, semplicemente, le neuroscienze. Ciò che infatti caratterizza la neuroetica sono le implicazioni dei grandi progressi nello studio del cervello umano. Questo punto di partenza non sembra controverso. Nella conferenza inaugurale del 2002, si definiva la neuroetica esattamente come l’esame di quello che è giusto e di quello che è sbagliato circa gli interventi sul cervello, fossero essi relativi al miglioramento della memoria o alla rieducazione dei criminali, all’impianto di un microchip oppure alla cosiddetta lettura del pensiero. Lo spettro delle tematiche si è andato oggi enormemente allargando, coinvolgendo elementi molto diversi che rendono obiettivamente complesso tracciare con precisione i confini della neuroetica. A vent’anni dalla sua fondazione, potrebbe sembrare opportuno circoscriverne precisamente il campo. Ma forse il momento per fare questo non è ancora arrivato. Ciò non significa che la disciplina – ci prendiamo la responsabilità di definirla tale – sia immatura o non vi siano stati sufficienti sforzi teoretici ed empirici di costituirla in modo strutturato (anche per molte altre aree del sapere e della ricerca di più antica nascita ci si può chiedere infatti se una condizione simile risulti pienamente realizzata). La presenza stessa di questo libro indica che si tratta di un’impresa feconda e, pensiamo, necessaria. Tuttavia, è ancora prudente procedere per tentativi ed esplorazioni, proprio quello che la presente raccolta di contributi ha l’ambizione di fare. È noto che una prima partizione della neuroetica si deve a Adina Roskies (2002), la quale ha proposto che, accanto all’iniziale ambito di ricerca relativo all’etica delle neuroscienze, ci si dovesse anche occupare a pieno titolo di neuroscienze dell’etica. La prima è più vicina alla bioetica, le seconde più prossime alla riflessione metaetica. In sostanza, l’etica delle neuroscienze si concentra sui potenziali aspetti problematici o controversi dell’applicazione delle neuroscienze, per esempio: il recente dibattito sui neurodi-ritti, ovvero come proteggere privacy e integrità mentale di fronte a nuovi strumenti capaci di interpretare l’attività cerebrale alla base dei nostri pensieri e interferire con essa. D’altra parte, le neuroscienze dell’etica ci portano a considerare come nascano le nostre scelte morali e anche a valutare l’adeguatezza di specifiche norme di comportamento alla luce del funzionamento effettivo del nostro cervello. Ci si può chiedere che cosa caratterizzi specificamente l’approccio neuroetico. Il discorso bioetico sembra ben strutturato per affrontare i dilemmi che possono nascere dagli sviluppi e dalle ricadute legati a nuovi strumenti di indagine cerebrale o da accresciute capacità di potenziare il funzionamento cognitivo. In realtà, all’interno della ricerca e delle sue immediate applicazioni si vengono a creare ambiti problematici nuovi, in cui il carattere peculiare della neuroetica è dato a) dal grado di conoscenza tecnica richiesta per padroneggiarli e per entrare in dialogo paritario con chi se ne occupa professionalmente; b) dalla capacità di “rilevarli” all’interno di contesti all’apparenza eticamente neutri. Di qui l’ormai classica formula elsi, ovvero le implicazioni etiche, legali e sociali delle scoperte neuroscientifiche come primo focus della neuroetica. Ciò ha importanti implicazioni. Da un lato, si può parlare di neuroeticisti in senso stretto, ovvero di studiosi che si dedicano principalmente a setacciare i progressi delle neuroscienze e delle discipline collegate (la genetica, l’intelligenza artificiale) allo scopo di valutare tutti gli effetti che da tali progressi possono discendere, sia da un punto di vista teoretico sia da un punto di vista pragmatico. Ciò significa che la neuroetica in questo senso ha un versante che più si avvicina all’antropologia scientifica e un altro che è maggiormente spostato sull’etica applicata. Il neuroeticista è pertanto più prossimo a un bioeticista per quanto riguarda la sua azione. Potrà contribuire alla letteratura specialistica con interventi legati agli aspetti etici della ricerca neuroscientifica e delle sue applicazioni cliniche o sociali e ricreazionali (caschetti portatili per l’elettroencefalografia possono essere utilizzati sia per monitorare i pazienti a domicilio, sia per valutare l’attenzione dei capistazione mentre lavorano, sia per guidare un videogioco). Sarà poi in grado di contribuire alla creazione di un contesto di ricerca responsabile e attenta alla dimensione valoriale. Verrà infine chiamato a fare parte di organismi di vigilanza a diversi livelli: dai tradizionali comitati per la bioetica a gruppi appositamente costituiti per la tutela dei consumatori nel caso del neuromarketing o per la garanzia dei dipendenti in aziende che utilizzino strumenti di neuromanagement.

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