mercoledì 1 agosto 2012
​Oggi pare predominare una concezione del divino in cui impera la frammentazione, come nell’antica Babilonia: parla Giorgio Buccellati
​Tra Bibbia e Mesopotamia lo scarto culturale riguarda la frammentazione o l’unitarietà del divino: "Per gli antichi di Babilonia Dio era divisibile, e quindi controllabile. Per la Scrittura Dio è imprevedibile". E così anche noi moderni siamo un po’ figli della grande cultura mesopotamica, che tende a rendere scomponibile la realtà. A condurci nei meandri di questa analisi sul filo della storia è uno dei più importanti archeologi viventi, Giorgio Buccellati, docente emerito di Storia dell’Antico Oriente all’University of California, dove nel nel 1973 ha dato vita all’Istituto di Archeologia, di cui è stato il primo direttore fino al 1983. Ha inoltre diretto l’Istituto Internazionale per la Mesopotamia e l’Alta Siria. Buccellati interverrà al Meeting di Rimini martedì 21 agosto (ore 11.15, sala Neri) con una conferenza dal titolo "È veramente positiva la realtà? Dai popoli della Mesopotamia al popolo della Bibbia". Professor Buccellati, il suo ultimo saggio in uscita a fine agosto per Jaca Book ("Quando in alto i cieli..."), parla esplicitamente del "contrasto" tra "la spiritualità mesopotamica e quella biblica". In cosa consiste questa differenza?«Il confronto tra il mondo della Bibbia e quello dell’Antico Oriente è sempre stato fatto in maniera aneddotica, ad esempio su vicende particolari come la questione della creazione o del diluvio. Invece io cerco di confrontare i due sistemi sotto ogni punto di vista, dalla concezione del divino (l’alternativa Dio/dei) alle pratiche rituali. I parallelismi (vedi la vicenda di Noè) tra i due sistemi di pensiero sono solo formali e superficiali. Il mio studio invece riguarda la struttura del pensiero, andando alla radice di questa differente concezione religiosa, che è in fin dei conti la spiritualità. Anche in Mesopotamia infatti l’uomo si rapportava con l’Assoluto in maniera profonda e non bisogna pensare a quella civiltà come superficiale».Ma qual è dunque il cuore di questo contrasto che distingue Babilonia da Gerusalemme?«È proprio la chiave di volta tra i due sistemi. In Mesopotamia, dove è nato il primo sistema di pensiero a noi noto così ampio, rintracciamo la tendenza a bloccare e frammentare l’assoluto, riducendolo a parti specifiche. Gli dei rappresentano queste unità singole: c’è il dio dell’amore, della forza, della ricchezza, divinità che non hanno personalità ma si riferiscono a specifici aspetti dell’assoluto. Invece il Dio biblico non è mai frammentabile. In tutta la Bibbia, lungo l’intero percorso della Scrittura, pur così ampio e diversificato, esiste una notevole e precisa coerenza su questo. C’è davvero una grande coerenza di un Dio che non è mai frammentabile, al di là della nostra capacità di analizzare».Lei ha accomunato noi moderni ai politeisti dell’antica Mesopotamia. Cosa ci avvicina alle civiltà oggetto dei suoi studi?«In sostanza il sistema che frammenta l’assoluto prevede la possibilità di renderci conto della realtà e prevederla. La prevedibilità è un dato fondamentale del sistema scientifico. La città segna l’inizio del controllo analitico dell’uomo su tutti i settori della vita. Questo concetto di prevedibilità viene esteso anche al divino, che risulta "manipolabile": di qui il politeismo. Invece l’intuizione biblica - per usare una parola "laica", altrimenti potrei ricorrere alla categoria di "rivelazione" - è radicalmente diversa: l’assoluto è imprevedibile, noi umani non possiamo frammentarlo nè governarlo, bensì siamo chiamati ad accettarlo. Nella Bibbia questo è un principio che si può paragonare al punto di fuga in un quadro: non si vede, ma dà la prospettiva a tutto l’insieme».Ha vinto di recente un prestigioso premio, il "Best Practices in Site Preservation Award" dell’Archaeological Institute of America. Dopo 50 anni di studi sui popoli della Mesopotamia, quale l’insegnamento più significativa che ha ricevuto?«In effetti è bello pensare a quanto ho appreso… Penso che il cuore sia in quello che ho scritto nel mio nuovo libro, sollecitato dall’editore Jaca Book, e in altri che seguiranno. Ho riscontrato una grande vicinanza, umana e di pensiero, a questa civiltà così lontana come quella mesopotamica, una società che per me è alla base della nostra modernità proprio nel suo elemento di "frammentazione" della realtà, pur essendo considerata una civiltà morta. Per capirla davvero c’è bisogno di uno sforzo ermeneutico per avvicinarla in profondità». Oggi l’attualità ha portato la "sua" Siria sulle pagine dei giornali: come vive questa guerra civile nel Paese dove ha compiuto diversi scavi?«Stiamo vivendo tutto questo con sofferenza e con un approccio diverso dalla realtà che ci viene trasmessa dai media. Restiamo in contatto, con grande stima, con i colleghi siriani che lavorano nello scavo cui ho lavorato, quello della città antica di Urkesh, oggi Mozan, nel nordest della Siria: si tratta di una delle più antiche città del mondo! Là abbiamo progettato di realizzare un grande parco archeologico e tale progetto vorremmo andasse avanti, anche per poter dare lavoro agli abitanti di una ventina di villaggi che ne potrebbero beneficiare. Sono stato là a dicembre e ci tornerò a settembre, anche perché è una zona poco interessata agli scontri. Purtroppo in Siria, con la guerra in corso, nessuno sta più realizzando scavi archeologici».
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