domenica 11 aprile 2010
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Gli abitanti del Niger sono tra i più poveri al mondo e occupano, secondo i dati delle Nazioni Unite, l’ultimo posto nella classifica dello sviluppo umano. La loro terra è vessata dagli effetti dei cambiamenti climatici e dall’avanzare della desertificazione, che sottrae risorse alle già minime attività agricole e di pastorizia. E i loro figli, a causa della malnutrizione e delle malattie, sono tra i bambini che muoiono di più sul pianeta (più di uno su quattro non ce la fa a superare il quinto anno di età). Eppure, in questo scorcio sabbioso dell’Africa occidentale, passato sotto i riflettori della cronaca recente per aver subito il quarto colpo di Stato della sua storia, sembra andare in scena il modello perfetto di convivenza pacifica tra religioni differenti. Da queste parti, infatti, la maggioranza musulmana, che rappresenta il novanta per cento della popolazione, e la minoranza cristiana si sentono parte del medesimo popolo. E pensare che al di là del confine meridionale c’è la Nigeria, dove il conflitto interreligioso continua a insanguinare la città di Jos, provocando centinaia di morti da una parte e dell’altra. «Il Niger è storicamente un Paese di pace, dove la cultura del rispetto reciproco e della tolleranza verso il prossimo è nel Dna della popolazione, a prescindere dalla religione o dall’etnia di cui si fa parte», ci racconta Harouna Labo, pastore della Chiesa evangelica della Repubblica del Niger a Zinder, città a sud del Paese, vicina, appunto, alla linea di demarcazione con il territorio nigeriano. Zinder è stata la prima storica capitale dello Stato, prima di cedere il passo a Niamey; qui il sultano, come da antica tradizione, continua a essere una figura di notevole influenza nella società e tutto, dall’architettura urbana ai minareti che si elevano pressoché in ogni via cittadina, ci ricorda inequivocabilmente che siamo in un Paese musulmano. Eppure, da quando il Niger ha raggiunto l’indipendenza dalla Francia nel 1960 mai sono state registrate tensioni dovute alla sfera spirituale. Cristiani e musulmani, qui, vivono la vita di tutti i giorni pressoché in simbiosi: lavorano, mangiano, discutono e si divertono insieme. E capita anche che preghino insieme. «La notte dello scorso Natale, per esempio – ci racconta il parroco della chiesa cattolica di Zinder, padre Delphin Nyembo – a messa era pieno di fratelli musulmani venuti a festeggiare con noi la nascita di Cristo». Allo stesso modo, quando si celebra il Ramadan anche i fedeli delle altre confessioni vi aderiscono in segno di rispetto. Ed è così anche per matrimoni e funerali: non si tratta di cerimonie di una o dell’altra religione bensì di un momento dove l’intera comunità si incontra, condividendo la gioia o il dolore del momento. «Laddove l’islam è maggioranza, vedrete sempre pace e totale tolleranza dei culti altrui; è nei posti in cui i musulmani sono minoritari che possono subentrare tensioni, proprio come quanto successo a Jos, in Nigeria». Il giudizio di Siddo Eih Issa, presidente dell’associazione islamica Ihyyaoul Sounna, è netto. «L’islam è una religione di pace – prosegue – e ogni fedele ha l’obbligo di proteggere le persone di altre confessioni, garantendone il diritto e la libertà di culto». I cristiani del Niger, in effetti, si sentono come a casa. E quasi non ci si fa caso che le giornate nelle città di questo lembo del Sahel siano scandite dalla voce del muezzin che segnala ai musulmani i momenti di preghiera. I cattolici, in prevalenza, sono stranieri o figli di stranieri provenienti da Paesi limitrofi come Togo, Benin e Burkina Faso. I fedeli della Chiesa protestante, invece, sono per lo più gente del popolo del Niger che, semplicemente, hanno fatto una scelta di fede. Vi sono anche le minoranze che praticano culti animisti, che si concentrano, per lo più, nell’area di Dosso, non lontano dal confine col Benin. A Zinder oggi vivono esattamente 472 cattolici. Pochi si direbbe. Eppure la città può contare ben quattro scuole gestite dalla Chiesa. La situazione scolastica in Niger, nel complesso, è però disastrosa: soltanto il 28,7% della popolazione sopra i 15 anni sa leggere e scrivere, percentuale che si abbassa ulteriormente (15,1%) se riferita alle donne. Meno di un bambino su quattro, poi, completa gli studi elementari. «E quei pochi che lo fanno, il più delle volte, vanno a finire nelle scuole coraniche per mancanza di alternative – ci spiega Paolo Giglio, console onorario italiano a Niamey – Il problema più grande, nel sistema dell’istruzione in Niger, è che non esistono sufficienti istituti statali in grado di offrire una preparazione specifica ai ragazzi. Per esempio, non esiste un liceo tecnico agrario che formi dei contadini moderni, pur essendo la popolazione dedita all’agricoltura per l’85%. Di contro, le scuole cattoliche sono quelle che si segnalano per l’offerta formativa più completa ed è per questo che i genitori più attenti all’educazione dei propri figli ci tengono a iscriverli proprio negli istituti cristiani, laddove ce ne sono». Suor Veronique è la direttrice della scuola cattolica primaria e dell’infanzia dell’Assunzione, dove sono iscritti 618 bambini, in prevalenza di sesso femminile. La stragrande maggioranza di essi sono di religione islamica o comunque figli di genitori musulmani, così come fedeli a Maometto sono praticamente tutti gli insegnanti e il personale ausiliario che lavora nella scuola. «Nella nostra scuola non siamo cristiani e musulmani, ma fratelli e sorelle. I genitori musulmani decidono di iscrivere da noi i loro bambini perché puntiamo, oltre che sull’insegnamento intellettuale, sull’insegnamento della morale, educando i nostri alunni al rispetto, alla verità, alla tolleranza, che sono senz’altro valori cristiani ma che appartengono anche alle altre religioni». Una volta è capitato che un gruppo di genitori abbia lanciato un appello contro la scuola cattolica affinché fosse tolto il crocifisso dalle aule: «Ma non si trattava di persone che mandavano i loro figli da noi, bensì di integralisti islamici che pretendevano qualcosa che non stava né in cielo né in terra – racconta Rita Niandou, insegnante, musulmana, di francese e matematica –. Ad ogni modo suor Veronique si è rivolta al consiglio scolastico dei genitori per chiedere cosa ne pensassero. E loro, che sono musulmani, si sono espressi chiaramente in favore del crocifisso in aula».
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