mercoledì 2 giugno 2021
A colloquio con Ivano Dionigi, docente emerito dell’Alma Mater e promotore di “Classici”, manifestazione nata dall’idea di dare vita a un dialogo fra università e città
Ivano Dionigi

Ivano Dionigi - archivio

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In vent’anni hanno tradotto Seneca e scaricato scatoloni, spostato sedie e rivisto i versi di Sofocle. Nel frattempo sono cresciuti, hanno cominciato a lavorare e messo su famiglia. Molti insegnano, qualcuno all’università. Quando gli si chiede di raccontare l’avventura dei 'Classici', Ivano Dionigi parla anzitutto di loro, degli studenti con i quali nei primi anni Duemila ha fatto nascere l’iniziativa e che adesso, in alcuni casi, sono diventati suoi colleghi. «Perché l’idea iniziale - insiste - era proprio questa: far dialogare l’università con la città che le sta intorno. Guardi, per quasi quindici anni sono stato consigliere comunale qui a Bologna, eppure non mi sono mai sentito tanto impegnato politicamente come quando mi sono reso conto di quanto utili fossero questi incontri, di quanto appassionata fosse la risposta della cittadinanza». Professore emerito di Letteratura latina, dell’Università di Bologna Dionigi è stato anche rettore tra il 2009 e il 2015. Una decina di anni prima, nel 1999, aveva fondato il Centro studi 'La permanenza del classico', del quale 'I classici' sono appunto espressione.

La rassegna prende avvio nel 2002 grazie alla collaborazione tra il professore e un manipolo di studenti e da allora si è sempre riproposta a ritmo regolare: «Quattro incontri ogni anno, per un totale di ottanta - calcola Dionigi -. Non meno di centomila le persone coinvolte, relatori di assoluto prestigio e di grande richiamo, attori e attrici che si sono sempre prestati con generosità assoluta, anche durante la pandemia, quando come tutti siamo stati costretti a spostarci online. Adesso finalmente si torna a guardarsi in faccia e, non fosse altro che per questo, l’edizione del ventennale assume un’importanza particolare». Al via da domani al Teatro Comunale di Bologna, 'I classici' 2021 sono dedicati a Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Alma Mater da oltre un anno detenuto al Cairo. Tema semplice all’apparenza e abissale nella sostanza, 'In principio', intenzionale eco biblica che suggerisce di affrontare il mistero dell’origine in una prospettiva che sia anche metafisica. «Sinceramente non so dire se questo ciclo sarà l’ultimo della serie - ammette Dionigi -, forse non sarebbe male se, dopo tanto tempo, si facesse una staffetta tra umanisti e scienziati, dai quali potrebbe venire un contributo non meno interessante. Di sicuro, però, il nostro è un tempo che ci chiede di fare i conti con le realtà fondamentali, che è come dire con i fondamenti della realtà».

L’accenno alla pandemia è tutt’altro che marginale. «Ci sono sempre molti buoni motivi per studiare i classici - spiega Dionigi -: imparare il valore della parola, coltivare la cultura del dialogo, riandare alla radici del sapere. Tutto vero, non si discute. Ma al termine di un periodo così lungo, nel quale ciascuno di noi si è sentito bloccato in sé stesso, mi pare che si aggiungano due ragioni ulteriori, sulle quali d’ora poi sarà bene soffermarsi. La prima investe il nostro rapporto con la tecnica, che pure non è un problema di oggi, come dimostra il mito di Prometeo. Di nuovo, nella nostra epoca, c’è semmai la scarsa propensione all’interrogare e all’interrogarsi. Troppo spesso perfino dai classici si pretendono parole di rassicurazione, dimenticando che sì, i classici possono anche consolare, ma mai abbastanza, come ammoniva Derek Walcott. La loro vera eredità sta nel coraggio di porre le domande ultime e penultime, lungo una linea che dai presocratici passa dal talmudismo ebraico e giunge fino ad Agostino per toccare la nostra contemporaneità.

C’è un legame profondo tra il principio, caro a papa Francesco, per cui «il tempo è superiore allo spazio» e la riflessione di un filosofo come Byung-Chul Han, che ci mette in guardia dall’insidia rappresentata dall’inferno dell’uguale. In questo senso i classici sono una certezza, d’accordo, ma una certezza nutrita dall’inquietudine e quindi capace di ridimensionare i falsi entusiasmi generati dalla tecnologia». Secondo Dionigi, il secondo elemento di novità si intreccia esplicitamente con il dramma del Covid-19: «Abbiamo l’impressione di essere scampati a un’apocalisse - dice - e questo comporta un desiderio di rinascita, il quale però, ancora una volta, va interrogato. Verso quale genesi stiamo andando? Di che cosa abbiamo veramente bisogno per ricominciare? Per troppi mesi siamo stati privati della fisicità, che è dimensione costitutiva del rapporto tra gli esseri umani. E intanto siamo stati martellati di informazioni, bollettini, statistiche. Siamo stanchi di questo frastuono, sentiamo la necessità di tornare a quello che Agostino, ancora lui, definiva clamor cogitations: il rumore che fa il pensiero mentre lo pensiamo dentro di noi. È questa la condizione indispensabile per fare esperienza della libertà».

Di quanto fosse urgente questo recupero di interiorità, del resto, Dionigi si era reso conto per tempo, già nelle prime edizioni dei 'Classici'. «Per me - ricorda - il punto di svolta risale al 2004. In programma c’è una conversazione tra Gianfranco Ravasi e Massimo Cacciari, la sala è già piena, dall’ingresso si avverte un vociare che può sembrare minaccioso. Siamo in una stagione di proteste, i collettivi studenteschi assumono posizioni fortemente polemiche. Vado in esplorazione e mi rendo conto che di contestazione si tratta, ma al contrario: duecento persone, tra cui molti giovani, sono rimasti fuori nonostante la regolare prenotazione, il malumore sta crescendo. Con pazienza, riusciamo a trovare una soluzione. Ho ancora negli occhi l’immagine dei ragazzi seduti attorno al palco in modo da fare corona ai relatori. E sa qual era il filo conduttore di quell’anno? 'Nel segno della parola'. Lì ho capito che il dialogo tra università e città era molto più di una possibilità, ma un fatto concreto, dal quale tutti avremmo tratto vantaggio. Oggi, dopo quello che abbiamo passato, ne sono più convinto che mai».

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