domenica 7 novembre 2010
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Una delle sfide che il continente africano è chiamato a sostenere, all’inizio del terzo millennio, riguarda le relazioni con il Nord del mondo, Europa in primis. Tutti conosciamo le contraddizioni legate all’epopea coloniale e ai meccanismi di sfruttamento più recenti che hanno acuito il divario tra ricchi e poveri. Eppure, oggi più che mai, è necessario recuperare, nel cosiddetto "villaggio globale", la dimensione dialogica, se vogliamo approdare con piena consapevolezza all’appuntamento del "dare e del ricevere" auspicato dal poeta senegalese Léopold Sédar Senghor. In questo contesto, Roma è chiamata a svolgere, per vocazione, un ruolo strategico, essendo una sorta di crocevia geografico tra i due continenti. D’altronde, l’Urbe è una delle capitali con il più alto numero di ambasciatori africani, se si pensa alle rappresentanze diplomatiche accreditate presso il governo italiano, la Santa Sede e la Fao. Per non parlare di altre organizzazioni come l’International fund for agricultural development (Ifad) e il World food programme (Wfp) che hanno a Roma le loro sedi generali. Si tratta di un legame che affonda le radici nel passato, quando la Città dei Papi ospitò, nell’anno di grazia 1607, il primo ambasciatore africano, accreditato presso la Sede Apostolica, proveniente dal Regno del Kongo: Antonio Manuel Ne Vunda. Per avere un’idea di chi fosse questo personaggio, è sufficiente recarsi al battistero della Basilica di Santa Maria Maggiore sul colle Esquilino.Qui si trova un busto alquanto singolare, per non dire bizzarro, scolpito con una pietra nera, nella quale sono stati incastonati due bianchissimi occhi. Raffigura il diplomatico africano, incaricato dal suo sovrano di avviare contatti con la Santa Sede. Al Papa doveva parlare della necessità di stabilire delle relazioni basate sul dialogo, sui valori della cristianità presente nel suo Paese, divenuto uno dei regni africani più importanti per i commerci con il vecchio continente. Esso comprendeva vasti territori delle attuali Repubblica di Angola, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Congo-Brazzaville. L’amministrazione era suddivisa in sei grandi province: Nsundi, Mpangu, Mpemba, Mbamba, Soyo e Mbata. La capitale del regno si chiamava Mbanza Kongo, tuttora capoluogo della provincia angolana denominata dello Zaire. La storia ci racconta come questo primo ambasciatore del Regno de Kongo alla corte del Papa sia stato assai sfortunato, cominciando dai particolari del suo viaggio. Partito nel 1604, durante la traversata in mare fu aggredito dai pirati. Si salvò rocambolescamente e approdato in Spagna rimase per tre anni quasi senza mezzi di sussistenza. Nel 1607 riuscì finalmente a raggiungere l’Urbe, non senza però sperimentare altri guai: era febbricitante e la lettiga su cui viaggiava era scortata da soli quattro compagni d’avventura dei ventisei coi quali era partito. Paolo V aveva dato ogni disposizione alla sua corte per accogliere il nobile "nigrita" e quando si rese conto delle gravi condizioni di salute in cui versava, lo affidò alle cure dei suoi medici. Ma il poveretto spirò prematuramente nel giorno dell’Epifania del 1608. Fu seppellito nella splendida Basilica dedicata alla Vergine miracolosa della Neve. Il busto, opera dello scultore Francesco Caporale, fu ordinato direttamente da Paolo V, che aveva fatto prendere l’effigie dal naturale per fare la statua a perpetua memoria. Ma per quale motivo Ne Vunda aveva osato così tanto, intraprendendo un simile viaggio? Sebbene la monarchia dei Bakongo godesse di una notevole autonomia, mal sopportava la tutela spirituale del Portogallo che attraverso il regime del "padroado", aveva il compito d’evangelizzare, attraverso i propri missionari, i cosiddetti "territori d’oltremare". Approfittando della caduta, sotto la monarchia spagnola, della corona di Portogallo, il re kongolese Alvaro II (1578-1614) inviò a Roma il suo più fidato ambasciatore per trattare direttamente con il Papa quelle impellenti questioni ecclesiastiche derivanti soprattutto dall’esigenza di dare maggiore impulso alla cristianità locale. Sta di fatto che, nonostante i buoni propositi, dalla prematura morte di Ne Vunda passarono trent’anni prima che il dicastero pontificio di Propaganda Fide potesse erigere formalmente la Prefettura Apostolica del Congo, affidandola ai frati minori cappuccini italiani. Il Regno del Kongo sembrò allora che potesse davvero diventare il primo Stato cristiano dell’Africa Subsahariana. Ma la storia africana ancora una volta si rivelò infingarda nei confronti dei giusti. Nonostante le buone relazioni con il papato, i contrasti interni e l’arroganza dei colonizzatori portoghesi, bramosi di avere il pieno controllo del traffico di schiavi e altre mercanzie pregiate, portarono il regno africano alla totale rovina. Sta di fatto che alla fine del secolo XVIII il grande Regno del Kongo era ormai ridotto a pochi villaggi intorno a São Salvador, nell’odierna Angola. Si concluse dunque così il sogno di Ne Vunda anche se la sua testimonianza è stata espressione di quella chimera verso cui dovrebbe tendere ogni buon diplomatico che crede nel bene comune dei popoli.
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