martedì 31 ottobre 2017
Nella scia di papà Livio, morto tragicamente nel 2013, e del mentore Valentino Rossi, Franky riporta in Italia il titolo della Moto2 nove anni dopo Marco Simoncelli
Morbidelli, il primo erede di “Sic”

Ad aspettarlo al traguardo del Gp della Malesia, per festeggiarlo con un abbraccio dopo la conquista del titolo iridato della Moto2, c’era Valentino Rossi. Del resto lo scorso 25 marzo, quando Franco Morbidelli aveva vinto la sua prima gara in carriera nella classe di mezzo, in Qatar, proprio il Dottore si era palesato sul muretto all’altezza del traguardo per esultare con lui: un fil rouge che suggella la genuinità di un’amicizia e collega negli anni il ritorno di un pilota italiano al titolo di campione del mondo nel Motomondiale, perché la bandiera tricolore mostrata in gloria da Morbidelli non faceva il giro di pista trionfale dal 2009, quando fu proprio Valentino a portare a casa l’iride della MotoGp. Sino a domenica mattina, l’ultimo titolo italiano era ancora il suo, perché da allora nessun nostro portacolori aveva più vinto in alcuna delle tre classi.

Nel nome del padre – Livio, che lo mise sulla prima moto giovanissimo, lo portò poi a vivere e... studiare motociclismo a Tavullia – e nella scia di un maestro, appunto Valentino dalla cui Academy Franco proviene, che sotto tanti aspetti non potrebbe essere più diverso da lui, ma che proprio Rossi ha contribuito a rendere un pilota completo. Uomo lo era già, Franco, che il prossimo 4 dicembre compirà 23 anni, ma si è trovato a dover crescere ancora più in fretta quando, nel 2013, perse papà, vittima dei suoi demoni, e proprio quell’anno, quasi per reazione, vinse il campionato europeo Superstock 600, guadagnandosi per la stagione successiva la sella di una Kalex Moto2. Nel riderMorbidelli, l’impronta di Rossi si intravede in filigrana, più nella dedizione alla moto e nel lavoro sui particolari che nella gestione della gara in sé, dove forse Franco è più simile all’ultimo Dovizioso, forse non fuoriclasse in senso stretto ma di certo un campione con tutte le stimmate, perché capace di immagazzinare gli insegnamenti ap- presi nel ranch di Tavullia e decidere quelli adatti a lui e al suo metodo. Non insomma una scopiazzatura – perché di Valentino ce n’è uno – ma un inedito non privo di citazioni d’autore: questo è il Morbidelli campione del mondo, uno che diverso da Valentino lo è anche nel modo di porsi, animo sereno e grande serietà, zero concessioni alla guasconeria a fronte di una disponibilità e un’apertura al mondo che gli viene dalla sua parte brasiliana, eredità di mamma Cristina, pernambucana di Recife e sua colonna al di fuori del paddock.

Comunicativo pur senza essere un comunicatore, malinconico il giusto come chi ha radici e ali, uno insomma che sa prendersi cura delle prime e usa le seconde con buon senso, senza perdersi in voli pindarici. Con otto vittorie in 17 gare, Franky – questo è il suo soprannome nell’ambiente, lo stesso che compare sul suo simbolo, la caricatura di un pappagallo con cresta tricolore e bandiera brasiliana sul petto – il titolo l’ha vinto giungendo terzo sul traguardo malese, ma in realtà già era campione del mondo in griglia poiché lo svizzero Luthi, l’unico che in teoria avrebbe potuto contendergli ancora l’iride, è stato costretto a dare forfait a causa dei postumi di una caduta nelle qualifiche. Aspetto che nulla toglie al successo del numero 21 della Marc VDS, in testa al Mondiale già dalla prima gara, proprio lui che sino al Gp inaugurale di Losail aveva ottenuto solo piazzamenti. Oggi ha il titolo in tasca e un futuro in MotoGp, perché quello sarà il suo approdo nel 2018, sempre con il team belga, ma proprio con l’ex rivale svizzero a suo fianco quale nuovo compagno di squadra. Ma soprattutto, per la prima volta in pista contro Valentino, per «un sogno che si realizza», per dirlo con le sue parole. Peraltro, in MotoGp Morbidelli ci arriverà da campione del mondo come è accaduto in questa stagione al francese Johann Zarco, eccellente rookie il quale nell’annata del debutto sta portando a termine un campionato di altissimo livello che attualmente lo vede sesto in classifica generale.

Così, in un gioco di rimandi a volte entusiasmanti e altrettanto drammatici, si torna proprio a Sepang, una sorta di luogo del destino per i piloti italiani, considerando che nel 2008 l’ultimo italiano a vincere il Mondiale nella classe intermedia – a quei tempi era la 250 – lo fece esattamente su quel circuito. Era Marco Simoncelli. Tre anni più tardi, sulla medesima pista, il Sic perse la vita, e domenica era inevitabile che i pensieri di Morbidelli andassero anche a Marco, il cui ricordo nel Motomondiale è immanente. Tanto che, quasi a chiudere il cerchio, in Malesia lo scorso weekend era tornato per la prima volta dal 2011 anche Paolo Simoncelli, il padre del Sic, che non ha fatto mancare i complimenti a Franco. E chissà, forse ha rivisto in qualche modo, nei riccioli scuri del pilota romano, quelli del figlio. Simili nella passione totalizzante per la moto, uniti nella geografia e negli spazi della memoria dalla prima vittoria davvero indimenticabile della carriera.

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