lunedì 15 giugno 2015
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Di traguardi ne ha raggiunti tantissimi, soprattutto li ha tagliati per primo, come nessuno e più di tutti. Basta dare una scorsa al suo palmares per capire chi è stato Eddy Merckx, per gran parte degli osservatori il più grande corridore di ogni epoca, per altri più semplicemente il più forte. Mercoledì il fuoriclasse belga taglierà un altro traguardo importante, quello delle 70 primavere, lui che di classiche di primavera, intesa come Milano-Sanremo, ne ha fatto incetta, arrivando a vincerne ben 7 su dieci partecipazioni.La leggenda oggi vive a Bruxelles e sverna a Montecarlo. Eddy ha un corpo un po’ appesantito, ma la stessa faccia da bimbo paffuto dai tratti vagamente indio. Un signore elegante che porta a spasso la sua storia con sobrietà. Stringe mani, firma autografi, accetta di posare per fotografie e “selfie” di ogni tipo. Lo incontriamo a Rivalta di Brentino Belluno, in occasione della Gran Fondo che porta il suo nome e che da 7 anni viene organizzata sulle strade veronesi e trentine, in mezzo a quasi duemila cicloappassionati arrivati qui per pedalare con il “Cannibale”. Gli chiediamo cosa si regalerà per i suoi settant’anni, e lui intimidito risponde sorridendo: «Una birra».Numeri, date e paragoni. Inevitabile il primo, quello con Fausto Coppi. Gian Paolo Ormezzano, storico giornalista sportivo, sbrigò la pratica coniando un efficace «Coppi il più grande, Merckx il più forte». «Io più forte di Fausto Coppi? Non scherziamo – si schermisce –. Questi paragoni sono davvero improponibili da fare e soprattutto sbagliati. Ognuno di noi è il più bravo nel proprio periodo. Io penso di essere stato molto bravo nel mio, mentre Coppi lo è stato certamente nel suo». E anche sulla questione dei rivali incontrati, Merckx ha le idee chiare: «Se la generazione di Coppi è stata molto prolifica, la mia non è stata da meno. Coppi ha dovuto lottare con Bartali, Magni, Kubler, Koblet, Bobet, Robic, Van Steenbergen, Ockers o Geminiani, ma il sottoscritto si è trovato a duellare con gente del calibro di Gimondi, Poulidor, De Vlaeminck, Ocaña, Thevenet, Zoetemelk, Van Impe, Agostinho, Galdos, per non dire Adorni, Motta, Zilioli.... Coppi vinse alla Coppi. Merckx vinse alla Merckx. La verità è che poi ognuno sceglie con irrazionalità, seguendo il cuore. Coppi probabilmente ha fatto sognare più del sottoscritto. Le vittorie di Coppi sono diventate romanzo, le mie cronaca».E allora, già che ci siamo, gli chiediamo un parere sulla rivalità tra Coppi e Bartali: chi il più grande? «Per me Coppi, ma Bartali è stato un mostro di bravura. E se mi permettete, Fiorenzo Magni, in mezzo a quei due lì, non è stato, poi, così da buttare via. E lo stesso vale per la mia generazione. Se si valutano i numeri, credo che ci sia poco da ragionare, sono lì da vedere: ho vinto come nessun altro. Ma credete davvero che Felice Gimondi sia stato semplicemente il primo dei battuti? No, Felice è stato molto più grande di quanto voi italiani pensiate. So solo io la fatica che ho dovuto fare per togliermelo di ruota, anche se quando lo incontro ancora oggi mi dice scherzoso: “Mi hai fatto sputare il sangue, non mi sono ripreso ancora adesso”».Gimondi e l’Italia, per Merckx impossibile scindere le due cose. «Anche perché Felice era il ciclismo italiano, il più orgoglioso e irriducibile di tutti – spiega il Cannibale, che in Italia ha corso tanto e ha vinto tantissimo. Alla fine la contabilità del fuoriclasse belga parla di 525 vittorie, nessuno come lui –. L’Italia è la mia seconda patria. Qui mi sono palesato, vincendo a soli 20 anni la Sanremo del 1966, la prima grande vittoria della mia carriera. Ho corso tre anni con la Faema e sei con la Molteni. Devo tanto a Fiorenzo Magni, che mi ha aiutato a venire da voi, ma anche a Vincenzo Giacotto, uno dei più grandi manager che io abbia conosciuto: mi fece firmare il primo contratto italiano alla vigilia della mia prima vittoria al Mondiale. Vigna, Adorni, Zilioli e Motta sono ancora oggi grandi amici, ma devo tantissimo a Giorgio Albani, il tecnico che mi guidò alla Molteni: il più bravo di tutti».Tante le vittorie targate Merckx, si fa prima a dire cosa non ha vinto, come il Campionato di Zurigo o la Parigi-Tours. Ma qual è il successo che porta nel cuore più di tutti? «Alle Tre Cime di Lavaredo al Giro ’68. La salita più grande. La fuga di 16 uomini aveva 9’ di vantaggio e li ho ripresi tutti. La sconfitta più cocente, invece, al Mondiale di Barcellona del ’73. Volata a quattro con Gimondi, Ocaña e il mio connazionale Maertens a tirare la volata. Vinse Felice. Ci rimasi malissimo, ma il fatto che la maglia fosse finita sulle spalle di Gimondi, mi confortò e di molto».Cinque Tour de France, altrettanti Giri d’Italia, 7 Milano-Sanremo, 2 Giri di Lombardia e 3 campionati del mondo. Per non parlare delle 3 Roubaix, dei 2 Fiandre e della Vuelta, delle 5 Liegi-Bastogne-Liegi e delle 3 Freccia Vallone, oltre alle 3 Gand-Wawelgem e alle 2 Amstel Gold Race. Ora il traguardo dei 70 anni, ben portati, anche se con qualche acciacco di troppo. «Il cuore ogni tanto fa i capricci, ma lo tengo a bada», dice. Poi dopo aver parlato di quello che è stato, si passa inevitabilmente a parlare di quello che sarà. «Una cosa è certa: spero che a vincere il Tour non sia Froome: vedere un corridore come lui che fa 19 corse all’anno non è una bella cosa». E Contador? «Ha vinto il Giro alla grande. Mi piace parecchio, se riuscisse a fare l’accoppiata sarebbe una gran bella cosa per il ciclismo, anche se non sarà facile». E Nibali? «Mi piace. È bravo e completo, ha già vinto il Tour e sa come si fa. E la cosa aiuta». E Fabio Aru? «È giovane, orgoglioso, tenace, mai domo: diventerà un grande. Corridori come lui ce ne sono pochi». Anche di Eddy Merckx ce ne sono pochini. Diciamo nessuno. E nessuno si offenda.
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