giovedì 11 marzo 2021
Quarant’anni fa Jean-Luc Marion fu una delle punte di diamante del pensiero che criticava la teologia fondata sulla metafisica. Una tesi oggi da rivedere
Ma l'essere può fare a meno di Dio?

Solinas

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Pubblichiamo la prefazione di Giuseppe Lorizio al volume del sacerdote rumeno Gabriel-Iulian Robu intitolato La rivelazione come possibilità fenomenologica ed effettività storica negli scritti di Jean-Luc Marion. Appunti di cristologia (Sapientia, pagine 148), che delinea il contesto del ricco dibattito a cui le tesi di Marion, fin dal saggio Dio senza essere (edito in Italia da Jaca Book), diedero avvio alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso.​​

Quanto labili ed impercettibili siano i confini fra teologia e filosofia sembra ormai oltremodo evidente, non tanto se si leggono e studiano i prodotti teologici presenti sul mercato, a parte rare eccezioni, dato che la teologia contemporanea sperimenta un inquietante deficit filosofico, ma soprattutto se si legge e si studiano le principali produzioni filosofiche, o almeno quelle qualitativamente più rilevanti. Allora accanirsi nel tentativo di segnare i confini e costruire muri per delimitare ambiti epistemologici e giustificare impianti accademici, mi sembra fuorviante e soprattutto fuori luogo. In fondo, come ho sempre detto ai miei allievi, la differenza fra il sapere filosofico e quello teologico ha ragione solo in ambito universitario, dove bisogna distinguere le facoltà (perché non se ne celebri l’insanabile kantiano conflitto), in modo che ciascuno abbia il suo posto: studenti e docenti sappiano in quale aula devono risiedere, quali corsi frequentare, quali esami sostenere e sopportare. Del resto, se si leggono le grandi opere dei maestri del pensiero credente, difficilmente si riesce a classificarle in un settore epistemico precisamente individuato.

Questa feconda 'con-fusione' appartiene anche al lettore della produzione fenomenologica di Jean-Luc Marion, alla quale il giovane Iulian Robu dedica queste pagine, con perspicacia speculativa e rigorosa documentazione. La sua fortuna, rispetto a chi scrive, sta nell’aver incrociato questo pensatore durante i primi passi del proprio itinerario teologico. Al contrario, chi come me lo ha incontrato agli inizi degli anni ’80, a conclusione del proprio iter formativo, piuttosto che comprendere in profondità le provocanti asserzioni da lui proposte, prima fra tutte quella di 'Dio senza essere', è stato piuttosto tentato dall’assumere un atteggiamento critico e repulsivo. Superata la tentazione, è in seguito giunto il momento di interrogarsi sui guadagni che le opere di Marion possono offrire da un lato alla fenomenologia, dall’altro alla teologia. Ha ragione D. Janicaud: non si può negare la 'svolta' ( Kehre) teologica di certa fenomenologia francese contemporanea, il problema concerne piuttosto la sua legittimità.

Se agli occhi di quanti considerano la laïcité come sinonimo di imprescindibile neutralità, anche per il pensiero, la frequentazione di tematiche teologiche da parte di chi intende comunque seguire lo stendardo del rigore fenomenologico, costituirebbe una sorta di tradimento. Noteremo, al contrario, che, come nella scommessa di pascaliana memoria, una fenomenologia che osi abitare non tanto la teologia, quanto il credere, ha tutto da guadagnare e nulla da perdere. Difficile, anzi a mio avviso impossibile, separare gli scritti confessionali, quali le letture talmudiche, dai contenuti e dalle acquisizioni attestate nelle grandi opere di Levinas, cui siamo tutti debitori. Insomma, la filosofia non perde nulla se si lascia interpellare, provocare e a volte anche distruggere dalla fede. Così il pensiero è chiamato, oggi più che mai, a infrangere il diktat heideggeriano circa l’impossibilità di una 'filosofia cristiana', condiviso ancora dai seguaci di un pensiero neoscolastico, tanto astruso quanto improponibile.

E non per questo si sminuisce il 'rigore' fenomenologico, quanto lo si nutre di letture bibliche o patristiche, a meno che non si intenda adottare il rigor mortis della mera astrazione. A sua volta la teologia non può sentirsi defraudata dei suoi contenuti e del proprio statuto epistemologico, se la laicità filosofica si impegna a prenderli in considerazione e a trattarli criticamente e speculativamente. Qui, intendo nell’opera di Marion, come in quella di tanti altri grandi pensatori, si svela la valenza speculativa dell’evento cristologico, quello che amo denominare il suo carattere 'metafisico', nella consapevolezza che il pensatore francese preferirebbe evitare tale aggettivo, optando per la dicitura 'filosofia prima', che meglio si addice al suo contesto culturale. Sta di fatto che la critica di Marion all’onto- teologia, come quella di molti altri, ha in buona parte fallito il bersaglio teologico, in quanto proprio data la radicalità che esprime (nonostante la retractatio, che riguarda soprattutto Tommaso d’Aquino, non la tesi di fondo), prenderla sul serio significherebbe l’abbandono non dell’ontoteolgia, ma dell’ontologia tout court, ovvero dell’identificazione sic et simpliciter della metafisica con la filosofia dell’essere.

E questa annotazione non può non interpellare anche i tentativi odierni di rappresentare il pensiero metafisico nella forma della cosiddetta 'ontologia trinitaria', a meno che non la si subordini a quella filosofia prima, che Marion identifica con la 'filosofia dell’amore', rifiutando dal suo punto di vista anche le espressioni, a noi invece più consone (e che qui non è il caso di giustificare), di 'metafisica della carità' o 'metafisica agapica'. Al di là di queste sintetiche prospettive ermeneutiche, il pensiero di Marion ha senz’altro il merito di assumere seriamente e in maniera non apoditticamente dialettica la vicenda del nichilismo. Nel suo recente opuscolo Breve apologia per un momento cattolico, il pensatore francese scrive: «Nietzsche lo ha spiegato: 'Cosa rivela il nichilismo? Che i più alti valori si svalorizzano'. Ma non bisogna ingannarsi: i più alti valori non perderebbero la loro validità per effetto di una cattiva magia, ma perché, a un tratto, ci rendiamo conto che non consistono che in questo […]. Parlare ad esempio del vero, del buono e del bello come dei valori equivale a squalificarli come tali. Parlare, tra l’altro, dell’essere, dell’uomo e della verità come dei valori li riduce all’indegnità delle semplici parole insignificanti. Parlare infine di Dio come di un valore concretizza una smisurata bestemmia».

Oltre le contingenze del momento, una apologia della Denkform cattolica è rinvenibile da sempre negli scritti di Marion ed in particolare nella sua insistenza sulla tematica della 'sacramentalità'. Il 'sito eucaristico' della teologia presente, tra l’altro, proprio in Dio senza essere, è espressione di tale attenzione al sacramento, che nutre un pensiero, che si scopre autenticamente libero: «In teologia abbiamo una libertà infinita: scopriamo che tutto ci è stato donato, che tutto è acquisito e disponibile. Non ci resta da fare altro che comprendere, dire e celebrare. E tanta libertà ci spaventa, giustamente».

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