mercoledì 22 luglio 2009
A 83 anni uno storico oppositore del regime comunista cecoslovacco racconta in un libro la lotta per la libertà condotta con Havel che poi lo volle come suo braccio destro Cattolico convinto, fu tra i primi firmatari di «Charta 77». Espulso dal Paese, ritornò solo nel 1989
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È stato uno dei 5 invitati alle seconde nozze di Václav Havel nel 1997, quando il drammaturgo e fondato­re di «Charta 77» ha sposato in se­greto l’attrice Dasa Veskrnova, po­chi mesi dopo la scomparsa della prima moglie Olga Havlova – mol­to amata dai praghesi. Ed è stato per quasi 6 anni, dal 1993 al 1998, il braccio destro del presidente ce­co al Castello di Praga, come suo fedelissimo capo di gabinetto.Ep­pure pochi immaginerebbero che Ivan Medek – oltre che anticomu­nista a tutta prova, tra i primi fir­matari di «Charta 77», dissidente a lungo perseguitato dal regime e costretto ad espatriare dal 1978 al­la caduta del Muro – sia anche un cattolico, anzi un convertito: per­ché non è del tutto scontato pen­sare che l’intellettuale più «laico» del dissenso, il presidente agnosti­co Havel, abbia personalmente vo­luto al suo fianco un credente con­vinto come Medek. Eppure lo rac­conta il protagonista stesso, che oggi ha 84 anni e vive a Praga, in un libro intitolato «A gonfie vele» nel quale raccoglie alcune conver­sazioni radiofoniche autobiografi­che e che la ricercatrice udinese Tiziana Menotti ha tradotto in ita­liano sia per la sua tesi di specia-­lità, sia con la speranza di trovare un’editrice che faccia conoscere anche da noi la straordinaria espe­rienza di un uomo purtroppo poco conosciuto nel Belpaese.E invece Medek viene da una fami­glia molto nota in Cecoslovacchia: la nonna materna di Ivan, rimasta vedova di Antonín Slavícek (il maggiore esponente dell’impres­sionismo ceco, morto suicida ap­pena quarantenne), si era risposa­ta con il pittore Herbert Masaryk, figlio di Tomáš Garrigue Masaryk primo presidente della Cecoslo­vacchia dalla fondazione delle Re­pubblica nel 1918 al 1935. Casa Medek dunque fu per tutti gli anni Venti uno straordinario foyer cul­turale, ma anche politico, assai vi­vace e accolse molti degli spiriti più creativi della nazione. Anche Rudolf Medek, padre di Ivan, ar­ruolatosi nel 1917 come volontario per combattere gli austriaci in Russia, era poeta e scrittore. Né la vena artistica familiare si era esaurita lì: Mikuláš – fratello mino­re di Ivan, morto nel 1974 – è con­siderato uno dei maggiori rappre­sentanti della pittura contempora­nea ceca. Ivan, nato nel 1925, ha talento da musicista: ha studiato al conservatorio fino al colpo di Stato filo-sovietico del 1948, poi ha fatto il manager nella Filarmonica ceca prima di essere licenziato per mo­tivi politici, quindi ha lavorato presso una casa discografica, poi come inserviente in un ospedale, da lavapiatti in un’osteria: sempre più giù nella scala sociale ma sem­pre senza perdere la sua dignità e l’aristocratica ironia. Nel 1968 Me­dek ha partecipato pure ai fermen­ti della Primavera di Praga con Ha­vel («Era il più giovane di noi ma a­veva le idee molto chiare e assun­se la direzione» del gruppo, testi­monia). Nel frattempo però aveva incontrato il cristianesimo: «La conversione di Ivan Medek al cat­tolicesimo – scrive Tiziana Menotti – avvenuta negli anni Cinquanta acquisì vigore per la frequentazio­ne di diversi sacerdoti che avevano resistito alle pressioni del regime per una Chiesa nazionale staccata dal Vaticano, pagando con la per­secuzione e il car­cere duro la loro fe­deltà a Roma. Tra questi c’era An­tonín Mandl, colla­boratore del cardi­nale Beran e segre­tario dell’Azione cattolica cecoslo­vacca che, come molti altri prelati, aveva trascorso pa­recchi anni in pri­gione prima di es­sere rilasciato negli anni Sessanta». Padre Mandl introdusse Medek presso numerosi sacerdoti dissi­denti, come l’abate e poeta Ana­stáz Opasek (arrestato nel 1949 con l’accusa di tradimento e spio­naggio per il Vaticano e condanna­to all’ergastolo nel 1950), Ota Má­dr, Josef Zverina, Antonín Bradna o il salesiano padre Mrtvý: «Dopo essere usciti di prigione si incon­travano di tanto in tanto e a volte mi invitarono alle loro riunioni. Lì conobbi persone che non dimenti­cherò. Quasi cominciai a invidiare le loro esperienze del carcere. No­nostante le guardie spesso li aves­sero picchiati e fossero stati volgari con loro, essi avevano conservato una libertà radiosa, quale pochi a­vevano al di là del muro del carce­re. L’attività di questi cristiani fu stimolante sotto tutti gli aspetti. Essi ad esempio aprirono discus­sioni pubbliche tra cristiani e marxisti. Era sempre pieno di gen­te, accadeva davvero qualcosa. Durante la normalizzazione que­ste attività furono vietate, ma un seme rimase e più tardi da esso nacquero vari gruppi indipenden­ti ». Grazie a tali conoscenze, Me­dek diventa uno dei principali col­legamenti tra dissenso laico e reli­gioso: «Nel marzo 1968 – ricorda – Karel Pilík, un prete cattolico che come gli altri sacerdoti scarcerati non aveva il nulla osta dello Stato per l’esercizio dell’ufficio sacerdo­tale e lavorava come operaio, pro­pose una petizione per rivendicare la distensione del rapporto tra lo Stato e la Chiesa, il ripristino delle scuole ecclesiastiche, l’insegna­mento della religione, la nomina dei vescovi e così via. Stilammo la petizione e Pilík pro­pose di farla firmare anzitutto ai vescovi. Io avevo a quel tempo un’automobile Škoda e andammo dai vescovi. Incominciammo con il vescovo Tomášek; non era ancora cardinale. Rifletté a lungo, ma alla fine firmò. Poi, uno dopo l’altro, facemmo visita agli altri vescovi. Moltissimi di loro avevano una paura terribile. Erano stati rilascia­ti dal carcere con la condizionale e non volevano ricadere in qualche violazione. Ma firmarono tutti. Poi andammo nei monasteri e alla fine facemmo firmare la petizione ai credenti. Raccogliemmo circa 336.000 firme. Consegnammo la petizione, ma loro la bloccarono. Non se ne fece assolutamente nul­la ». Nel gennaio 1977 Medek è uno dei primi fra i 1900 firmatari di «Charta 77»: «Me la portò un ami­co al caffè nel dicembre 1976. Dis­se che avevano riflettuto se farme­lo firmare, perché per me poteva significare la fine dell’esistenza. Dissi che lo sapevo, ma firmai. A volte, dopo Natale, ci riunivamo nell’appartamento di Havel e ordi­vamo piani. Lì si decise chi sareb­be stato il portavoce e quando sa­rebbe seguita la riunione successi­va, doveva essere in gennaio. Solo che finimmo in trappola». Medek viene subito licenziato, ma fa causa alla ditta e durante il pro­cesso il suo avvocato chiede inutil­mente che venga letto in aula il motivo del licenziamento, cioè «Charta 77»: un pretesto per ren­dere pubblico il documento. «Nel maggio 1978 – continua Medek – mi capitò un fatto spiacevole. Do­po un interrogatorio alla polizia segreta mi portarono via di sera con gli occhi bendati in un bosco. Mi pestarono un poco finché persi conoscenza, se ne andarono e mi lasciarono lì. Allora pensai che se volevo compiere davvero un lavo­ro proficuo, non potevo farlo in patria in quelle condizioni». Me­dek lascia dunque il Paese per tra­sferirsi a Vienna, dove lavora per le emittenti radiofoniche Voice of A­merica e Radio Free Europa svol­gendo un importante lavoro di controinformazione diretta alla Cecoslovacchia. Solo nel 1989 potrà tornare in pa­tria: «All’incontro di fine anno di Charta 77 e dei suoi fautori incon­trai Václav Havel, a quel tempo già presidente. Gli chiesi un’intervi­sta. Il presidente mi ricevette al Castello il 14 gennaio. Mi chiese che cosa poteva fare per me. Dissi che ero venuto a chie­dergli che cosa potevo fare io per lui». Infatti, dopo aver lavorato qualche tempo per il governo, Medek diven­ta – già anziano – il braccio destro di Ha­vel. «Fu uno dei periodi più belli della mia vita. Václav Havel è una persona enormemente interessante e bisogna prenderlo così com’è. È anche una persona straordinaria­mente coraggiosa. Si è rivelato tale in tutti i momenti della sua vita: in prigione, durante gli interrogatori e durante il lavoro in ufficio. Inol­tre è sensibile, vulnerabile: ciò non dovrebbe corrispondere al suo coraggio. Non ha la pelle dura. Ed è molto modesto. Quei 6 anni al Castello per me non significaro­no soltanto lavoro e spesso deci­sioni politiche complicate, ma so­prattutto la possibilità di conosce­re da vicino una persona di cui so­no convinto che, per la nostra re­pubblica, abbia fatto più di qual­siasi altro».
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