giovedì 8 novembre 2018
Parla Barbara-Hanna Gerl-Falkovitz, studiosa del grande pensatore italotedesco: «L’arte guardiniana di guidare è fondata nel profondo rispetto di “quanto già c’è”: il “destino”»
Il filosofo e teologo Romano Guardini

Il filosofo e teologo Romano Guardini

Quella del teologo e pensatore italotedesco Romano Guardini è stata una vita totalmente dedicata, oltre che agli studi teologici e filosofici, all’educazione delle giovani generazioni. Tanto che un amico di studi, il filosofo Max Scheler, l’avrebbe definito «il pedagogo tedesco cristiano».

Lei, professoressa Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, ha molto approfondito la lezione di Guardini: qual era la sua idea del compito di un educatore?
«L’effetto di Guardini non veniva dalla retorica. “Chi tratta di cose religiose deve esercitare un grande sacrificio della parola – scrisse nel 1924 –. Egli deve lasciare scorrere tutto attraverso la fiamma viva dell’esame più obiettivo, affinché ciò che non è autentico si dissolva. Solo così splenderà in modo più chiaro ciò che proveniva dalla verità ». Molto più tardi, nella sua “autobiografia frammentaria”, a proposito di alcune prediche aggiunge: “La verità è una potenza; ma soltanto quando non si esige da essa alcun effetto immediato... Se mai lo potrà essere, proprio qui questa assenza di propositi particolari è la forza più grande. Parecchie volte, specialmente negli ultimi anni, ebbi la sensazione che la verità mi stesse dinanzi come un essere concreto”».

Da quale spirito proviene una tale affermazione?
«Già nel 1923 nel suo primo semestre berlinese egli disse che l’“Amore è al tempo stesso profondo rispetto. Non compromette, non domina, non violenta, ma serve l’altro. La miglior opera dell’amore è condurre l’altro verso la libertà vera”. A Rothenfels si recavano migliaia di giovani adolescenti per seguire la sua formazione. Così nel 1928 egli scrisse programmaticamente e mostrò senza indugio i limiti dell’educazione: “Dobbiamo sempre presupporre una cosa: il mistero della nascita… Tutto ciò che si definisce educazione, significa soltanto servire, aiutare, liberare, rimanendo all’interno di questo mistero”. Ma questo servizio deve perfino tirarsi indietro a tempo opportuno, come spiegò Guardini nel 1921 nelle Lettere sull’autoformazione in questo passaggio decisivo: non lasciarsi ultimamente condurre da altri, ma condurre se stessi. L’arte guardiniana di guidare è fondata nel profondo rispetto di quanto già c’è, che Guardini chiama volentieri “destino”. Il desiderio di autodeterminazione, di un’autonomia illusoria, fu per Guardini l’hybris della modernità, a cui nella nascente postmodernità si è contrapposto il riconoscimento del reale, la misura che custodisce. “Destino” è ancora un nome troppo neutrale per l’impronta data, piuttosto nel destino si schiude una volontà profondamente personale: non soltanto la propria autoaccettazione o l’autorifiuto, ma anche una volontà antecedente, che ha voluto che io fossi e che fossi così».

Al magistero di Guardini si ispirarono direttamente i ragazzi della Rosa Bianca, movimento che oppose resistenza al nazismo e per questo vennero condannati a morte. Nel 1939 il Castello di Rothenfels viene occupato e requisito. E a Guardini venne tolto l’insegnamento. Sono anni bui per lui, anni di silenzio. Appena terminata la guerra dirà: “Ora bisogna tentare di restituire alla nostra gioventù l’inquietudine dello spirito. Questa la salverà dal nichilismo”. Cosa direbbe Guardini dell’Europa di oggi, minacciata dai populismi e dai nazionalismi?
«Nel nazismo (e anche altrove) il “sangue” è divenuto il “nuovo mito” del Novecento. Il “sangue” distrugge lo spirito che è un contrappeso alla sofronte la biologia e dissolve tutto ciò che l’Europa aveva conquistato come liberazione dalla natura, come vittoria sulla “terra”, sulla stirpe e sul clan. Nel arte greca Guardini vide una prima liberazione del uomo, di chi non è più costretto nelle forze naturali del cosmo. Quest’arte incomparabile ha sviluppato un nuovo “divino” concetto del corpo umano. Ma nel Vangelo si coglie la nozione alternativa della “persona” che vince la nozione del sangue. Ogni persona ha un valore non limitato da ragioni secondarie, un valore in se stessa. Allora un nazionalismo brutale o populismo che dir si voglia è un passo indietro a una società precristiana o primitiva».

Che cosa suggerirebbe di fare dunque Guardini di a queste turbolenze che agitano l’Europa?
«Guardini è anche un pensatore della misura, del possibile, della realtà, come sappiamo: un pensatore dell’opposizione polare. Anche il popolo è un valore, anche la patria ha bisogno di cure. E le capacità finanziarie e culturali di un paese rappresentano limitazioni reali. Se l’Europa vuole dare una prospettiva ai migranti non deve attirarli con illusioni soltanto finanziarie, senza volerli integrare realmente anche nella propria cultura, nella lingua, nell’accettazione sincera dei diritti umani inclusi i diritti della donna. Faccio una proposta: non potremo guardare a Guardini in futuro come a un “Patrono dell’Europa” culturale e spirituale, accanto agli altri sei patroni: Benedetto di Norcia, Crillo e Metodio, Brigida di Svezia, Caterina da Siena ed Edith Stein? In effetti, egli rappresenta la migliore cultura europea, la sua forza di pensare, la sua densa relazione col mondo, la sua concezione della divinità nell’umanità».

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