lunedì 19 maggio 2014
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Un testimone oculare della devastazione compiuta a Hiroshima dalla bomba atomica si trova da ieri a Bogotá: il sacerdote gesuita Pedro Arrupe, che il 6 agosto 1945 – primo giorno dell’era atomica – era rettore del noviziato della Compagnia di Gesù a Hiroshima». Era il maggio del 1955, quando un promettente reporter colombiano incontrò il futuro preposito generale dei gesuiti. Ne scrisse un magnifico reportage per El Espectador. E da quel colloquio il giornalista ventottenne Gabriel García Márquez ne uscì con alcune domande a cui per rispondere occorre qualcosa di più del miglior «realismo magico».Arrupe e la piccola comunità di gesuiti sopravvissero all’onda d’urto, per di più senza venire contaminati. Non solo, il missionario spagnolo era uno dei pochissimi a masticare di medicina. E nella totale mancanza di medicamenti «un contadino – riportò García Márquez – mise a disposizione del sacerdote un sacco contenete venti chili di acido borico». Con quell’impiastro, che diluito con acqua può lenire le ustioni, vennero soccorse decine di persone. «Oggi si trovano tutti in buone condizioni di salute», disse padre Arrupe.Quella tra “Gabo” e il gesuita fu qualcosa di più di un’intervista di routine. Il grande scrittore, morto un mese fa, non rinunciò a riportare nessuna delle circostanze che a molti parevano incredibili. «Il luogo in cui la bomba esplose era il centro geografico e al contempo quello commerciale della città. Tutt’intorno, per un’area di due chilometri e mezzo, gli abitanti furono vittime immediate della radioattività, del calore e dell’esplosione. Nell’area di due chilometri e mezzo immediatamente successiva furono vittime delle reazioni termiche e dell’esplosione. Da lì in poi, in un’area di sei chilometri, in cui si trovava il noviziato della Compagnia di Gesù, le vittime furono causate esclusivamente dall’esplosione». Ma nessun gesuita rimase ferito né avvelenato dalle radiazioni.A Hiroshima c’erano 260 medici. Duecento morirono a causa della detonazione. «La maggior parte dei rimanenti – scriveva Gabo – rimase ferita. I pochissimi sopravvissuti, fra cui padre Arrupe, che fu studente di medicina, non disponevano di nulla per soccorrere le vittime». Prima di allora nessuno sapeva niente di bombe atomiche né di radioattività. «Adesso, chiunque capisce queste cose», spiegò Arrupe. Nel comportamento dei nipponici ci fu qualcosa di antico ed epico. «Gli abitanti, tranne i sacerdoti cattolici e 500 giapponesi, professavano il culto di Buddha: c’erano 750 templi, e soltanto una piccola parrocchia cattolica nel centro stesso dell’esplosione, e una cappella all’interno del noviziato, a otto chilometri di distanza».Anche questo, di per sé, suscitava meraviglia. Il ritorno dei religiosi era un fatto recente. Lo stesso Arrupe, essendo spagnolo ed essendo la Spagna un Paese neutrale, era rimasto in territorio giapponese dopo che il governo del Mikado aveva bandito tutti gli stranieri originari di Paesi considerati nemici. Non era la prima volta. Per 250 anni i preti non poterono mettere piede nello Stato insulare. Eppure la fede cristiana non si estinse. Una vicenda a cui papa Francesco si sente molto legato. Da giovane, infatti, avrebbe voluto essere mandato da missionario in Giappone. Gli fu detto di no, perché doveva rimettersi in salute. «Non sei ancora abbastanza santo», gli disse ironicamente il superiore, che il Giappone lo conosceva bene. Era il preposito generale, proprio padre Pedro Arrupe, che resse la Compagnia dal 1965 al 1981.«Sentite questa – ha raccontato Bergoglio il 15 gennaio durante l’udienza del mercoledì –. La Chiesa in Giappone subì una dura persecuzione all’inizio del diciassettesimo secolo, vi furono numerosi martiri, membri del clero furono espulsi e migliaia uccisi, non rimase nessun prete; allora la comunità si ritirò nella clandestinità conservando la fede nel nascondimento, e quando nasceva un bambino il papà o la mamma lo battezzava, perché – sottolineò il papa – tutti noi possiamo battezzarlo. Quando circa dopo due secoli e mezzo i missionari ritornarono in Giappone, migliaia di cristiani uscirono allo scoperto e la Chiesa poté rifiorire: erano sopravvissuti con la grazia del loro battesimo. Questo è grande, avevano mantenuto, pur nel segreto, un forte spirito missionario, erano isolati e nascosti, ma sempre membra del popolo di Dio, della Chiesa. Possiamo tanto imparare da questa storia».Arrupe, attraverso l’uragano radioattivo, aveva ammirato questa tempra coi suoi occhi. «La ripresa morale di Hiroshima fu quasi immediata. Il giorno dopo la catastrofe – scriveva García Márquez nelle righe conclusive – si cominciò a ricevere aiuti dalle città vicine. Per sei giorni ciascun sopravvissuto ottenne una ciotola con 150 grammi di riso. La forza morale della popolazione fu superiore alla barbara e spietata esperienza atomica». Poco dopo che il bombardiere americano lanciò l’ordigno più devastante di sempre, «era impossibile vedere o udire – ricordava il missionario gesuita – qualcosa che ricordasse la presenza umana». Eppure un anno dopo la città era pressoché ricostruita. Non ci si poteva aspettare altro da gente che in assenza di chiese e clero era riuscita a preservare il cristianesimo per oltre due secoli tra le mura domestiche. Né García Márquez né il gesuita vollero parlare di miracolo, ma neanche a distanza di anni entrambi riuscivano a spiegarsi «cosa ci facesse - si domandava Gabo – un contadino di Hiroshima con venti chilogrammi di acido borico in casa».
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