martedì 23 aprile 2019
Dietro la nuova maturità del n.1 azzurro, vittorioso a Montecarlo, ci sono coach e famiglia ma soprattutto la grande voglia di liberarsi dai suoi vincoli interiori
Fabio Fognini, 31 anni, vittorioso a Montecarlo, successo che lo proietta al n.12 del ranking mondiale

Fabio Fognini, 31 anni, vittorioso a Montecarlo, successo che lo proietta al n.12 del ranking mondiale

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Nel mondo dei Favolosi del tennis, dei Fab Four e dei Fab Three, anche il nostro Paese ne propone uno che non ha niente da invidiare agli altri, ammesso che non valga l’esatto contrario. Fab Io, chiamiamolo pure così. “Favoloso Me”, che sì, suona un pizzico egocentrico, ma via, chi non lo è almeno un po’ fra i “racchettari” che vanno per la maggiore? E poi, il favoloso Fognini visto a Montecarlo non lo merita? Ha schiantato Zverev, rimontato Coric, falciato Nadal, e quando ha battuto Lajovic in finale è sembrata a tutti la cosa più semplice del mondo. «Ma Fognini sa giocare a tennis», butta lì Panatta, danzando sul filo del contropiede. Perché, gli altri no? «Be’, se a molti di loro togliete la continuità, l’intensità, c’è il rischio di scoprire che di tennis ne abbiano ben poco». Forse… Ma Fognini no, lui è comunque un’altra cosa. Uno che nelle giornate di grazia potrebbe ottenere il punto con una soffiata di naso, infilare una volée vincente pettinandosi i capelli e modellare una smorzata semplicemente suggerendolo alla pallina. Dice… C’era vento! Sin troppo in questa settimana monegasca… Ed ecco che Fabio (pardon, Fab Io) lascia che i suoi colpi di traverso siano guidati dalla bolina più spericolata e gli affondo di rovescio in lungo linea, colpiti di piatto, si lascino trasportare dalle lunghe folate che giungono di poppa. Primo Masters Series in carriera.

A 31 anni non è facile continuare a dirsi, “tranquillo, c’è tempo”. Fognini lo ha fatto e ha operato una “inversione a u” nel corso di una stagione cominciata fra pro- ve discrete e poi sparita nel nulla delle sconfitte al primo turno, di quelle che hanno l’unico merito di comunicare l’esatta sensazione che non vi sia niente che vada per il verso giusto, e che serva reagire in qualche modo, sottrarsi alla prigionia di un tennis senza capo né coda. Come questa svolta abbia preso forma, è difficile da dire. Fab Io, chiusa (male) la primavera sul cemento americano, aveva accettato una wild card per Marrakech, pur di vincere qualche partita, finendo invece col rendere più esplicito il suo momento negativo. Una sconfitta da Veselj, il ceco, e via verso Montecarlo, con molte angosce e senza speranza alcuna. «In allenamento non giocavo male, in partita invece mi sono trovato più volte a corto della necessaria pazienza, che fa da corazza nelle situazioni più equilibrate, quando il match lo devi risolvere lottando, in un corpo a corpo». Montecarlo, con due tocchi, ha cancellato i mesi di stenti e riscritto la storia di questa stagione: il primo turno con il russo Rublev, un “corri e picchia” di non facile gestione, ha visto Fabio sotto di un set e un break, ma capace finalmente di risalire, di agganciare, e di tenere fino in fondo quel po’ di vantaggio che aveva risucchiato. Ritrovata la voglia di lottare che sempre ha fatto parte del suo Dna tennistico, ecco in visita di cortesia anche quel “friccico” di Fortuna che sembrava aver dimenticato l’indirizzo del nostro. Da lì in poi, Fabio si è sentito più libero, più in sintonia con se stesso e con il suo tennis. I match con Zverev, Coric e Nadal si sono incamminati lungo il sentiero dell’estro, dei colpi che lui sa fare e gli altri no. «Il tennis è strano, lo ammetto», dice Fabio, «quale sia stata la svolta non lo so, probabilmente è venuta da un insieme di circostanze ». Come sempre. Ma su tutte, la famiglia riunita nel box, che ti offre compagnia e comprensione, ha avuto il suo peso. Una famigliona allargata, con la moglie Flavia Pennetta e l’amica Francesca Schiavone, con Barazzutti di fianco a coach Davin, con madre (cui è andata la dedica della vittoria, come regalo di compleanno), padre e sorella, qualche amico, gli altri dello staff.

Eppure, la novità che Fabio porta in campo da qualche tempo, è ormai evidente. Le furie di una volta, gli scatti di rabbia, le mattane, sono ormai un ricordo. Intorno a lui e al suo tennis si sono dati da fare coach e psicologi, ma è stato Fabio a uscirne, con le sue forze, trovando le chiavi della prigione nella quale era finito dentro. Dopo la brutta avventura della squalifica agli Us Open di due anni fa, Fognini disse pubblicamente «basta». Lo disse a se stesso, ma volle che tutti fossero al corrente di quella sua decisione. Da lì in poi, è stato un altro. Al punto da obbligare molti osservatori a chiedersi quali fossero le differenze fra il Fogna Uno e il Fogna Due, e se il suo tennis avesse trovato davvero la strada maestra. La vittoria di Montecarlo libera il campo dai dubbi. Fogna Due “is mel che uàn”. Numero 12 in classifica, numero 7 nella Race. Un gradino più in alto nella classifica principale (il best ranking era fermo al numero 13 dal 2014), e fra gli otto in gara per il Masters di fine anno. Due obiettivi da mantenere vivi: migliorare in classifica, addirittura mettere piede fra i primi dieci (l’ultimo dei Top Ten, l’americano Isner, è appena 245 punti più su), e continuare a ottenere quei risultati utili a centrare davvero la qualificazione alle Atp Finals. Fognini ha raggiunto Bertolucci, e da ieri è al numero tre della classifica italiana negli anni Open, dietro Panatta (quarto) e Barazzutti (settimo). I prossimi appuntamenti del tennis su terra rossa gli offrono invitanti spazi di manovra. Sarà lui a dover fare i conti con se stesso e con la sua forma fisica. Montecarlo qualche scoria l’ha lasciata. Forse giocherà a Barcellona, certo sarà a Madrid. A Parigi potrà tentare la scalata ai piani alti (e cancellare il miglior risultato dei quarti, che risale addirittura al 2011). Insomma, c’è un sacco da fare. Ma il tennis dei Favolosi è il più competitivo che vi sia, e per Fab Io è venuto il momento di provare come ci si sta.

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