venerdì 6 marzo 2015
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«Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette, questo altro anno giocherà con la maglia numero sette». Quel “ragazzo” non faceva parte della Leva calcistica del ’68, ma De Gregori pensava proprio a lui, a Bruno Conti. Il “caschetto” più amato dagli italiani, dopo quello di Raffaella Carrà. Bruno core de Roma, al tempo in cui Francesco Totti era un pupone delle elementari. Correndo correndo, su quella fascia, in quell’estate spagnola salì sul tetto del mondo e persino “O Rey” Pelè riconobbe nel Bruno da Nettuno, un giocatore “più brasiliano dei brasiliani”.  «Mi chiamavano MaraZico. Torno a casa e vinco il “primo vero” scudetto con la Roma, 1983. Sono ricordi di un secolo fa, ma a 60 anni – li compie il 13 marzo – quando li acchiappo con la mente, anche solo per un istante, mi fanno sentire ancora il ragazzino di ieri». Il ragazzino nato con la maglietta numero 7. D’inverno sempre con un pallone tra i piedi per la disperazione di mamma Santina: «Doveva badare a sette figli, quattro femmine e tre maschi, e alla sera mi veniva a cercare al campetto dell’oratorio del Sacro Cuore dove il curato tifava già per me». D’estate giocavo solo a baseball, uno sport di cui all’epoca parlava solo Alberto Sordi in Un americano a Roma».  Storie che a volte lo “zio Bruno” («No nonno Bruno, ho cinque nipoti stupendi: Brunetto, Manuel e Melody i figli di Daniele e le figlie di Andrea, Aurora e Anastasia») racconta ai «200 figli miei»: i ragazzi della scuola calcio dell’As Roma di cui è lo storico responsabile di settore. Siamo partiti dall’oggi. Cominciamo, invece, da quando gli americani non erano arrivati alla Roma e invece lei stava per volare negli Usa, ma per giocare a baseball. «Ero un pischelletto. Guardavo il lanciatore Alfredo Lauri e mi innamorai del baseball. Quelli del Santa Monica stavano per portarmi via con loro, ma papà si oppose». Non sopportava il baseball? «Mio padre, Andrea Conti, era un malato di calcio e della Roma. In giardino piantava solo fiori gialli e rossi. Con quei colori aveva dipinto anche le tubature della caldaia... Mi ricordo ancora la gioia che gli diedi quando tornai a casa e dissi: “Papà, m’ha preso la Roma”. Oh, io c’ho la lacrima facile...». Da lacrime, fu anche la trafila per entrare nelle giovanili giallorosse. «Avevo fatto un sacco di provini andati male. Mi scartò il Bologna, la Sambenedettese e alla Roma la prima volta mi disse “no” pure il Mago, Helenio Herrera. Il giudizio era sempre lo stesso: “Bravo tecnicamente, ma troppo piccolo e fragile fisicamente”. Arrivavo appena a un metro e 65. Per farmi “allungare”, Franco Ferrari, l’allenatore del Nettuno, alla fine degli allenamenti mi teneva in tensione sospeso sulla traversa della porta. “Vedrai che t’allunghi Brunè” – diceva –. Oh, non crescevo di un millimetro». Alla fine però, poi, la presero alla Roma... «Era l’estate dei miei 17 anni, stavo nell’Anzio e mi notarono nei tornei dei bar dove me la giocavo con calciatori di serie C. Fu Tonino Trebiciani a credere in me, mi portò nella Primavera e in un lampo sono passato dai dilettanti al debutto in Serie A contro il Torino. Una favola, per un giovane d’oggi sarebbe quasi impossibile». Dalla Federazione a Sacchi, dicono che è “impossibile” per colpa dei “troppi stranieri” anche nei settori giovanili. «Il vero problema è la nostra mentalità sbagliata: vincere e subito, senza aspettare la crescita dei ragazzi. Poi, certo, il flusso degli stranieri andrebbe razionalizzato cercando di prendere le eccezioni, quelli superiori alla media dei nostri ragazzi. Come si faceva fino a vent’anni fa, prima che questi procuratori cominciassero  un’esportazione di massa». Torniamo ai suoi 18 anni e al debutto tra i grandi per volere del “Barone” Nils Liedholm. «Liedholm è stato la vita mia... Al primo allenamento mi mise davanti a campioni come De Sisti e Cordova e con il suo svedese pasticciato disse alla squadra: “Guardate questo ciovane: Bruno fai vedere stop d’interno”. Non voleva litigi, al minimo accenno di scontro ordinava: “Stringetevi subito la mano!”. Oggi io faccio lo stesso con i nostri ragazzi». La mano Liedholm se la faceva anche leggere volentieri... «Era scaramantico come pochi al mondo. Guai a mettere fiori nello spogliatoio e poi uscire sempre da lì con le mani in tasca e piede sinistro avanti. Quando salivamo in trasferta a Milano se spariva dal ritiro sapevamo che era a Bienate a consultare il suo mago, Mario Maggi». Il “Barone” stregato, però, la spedì a farsi le ossa al Genoa. «Ed è stata la mia fortuna, lì trovai un altro maestro di vita e di campo, Gigi Simoni. Scommise su un ragazzino pieno di entusiasmo, ma senza esperienza e lo ripagai a pieno: Genoa promosso in Serie A e per me il “Guerin d’Oro” come miglior giocatore del campionato. Era il diploma per tornare alla Roma assieme al “Bomber”, Roberto Pruzzo». Al Mundial, Pruzzo, il capocannoniere della Serie A, rimase a casa, e Conti unico romanista della spedizione azzurra.«Uno contro “tutti” i sei juventini – sorride –. In campionato eravamo nemici per la pelle, in Nazionale con ragazzi come Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli si era “fratelli d’Italia” molto prima dell’inno di Mameli. Pruzzo me lo sarei caricato sulle spalle, ma dopo il Mundialito in Uruguay la stampa iniziò a chiamarlo “Brontolo”, fu la sua rovina. E poi Bearzot aveva in testa Paolo Rossi, e oggi sappiamo che aveva visto giusto». Il “Vecio” vide giusto anche ad aspettare l’infortunato Bruno Conti. «Arrivai nel ritiro di Alassio reduce da una distorsione al ginocchio. Ero convinto che se volevo conservare quel “7”, che, altrimenti avrebbe preso Causio, dovevo sputare l’anima. Dopo il primo allenamento Bearzot se ne accorse, mi prese in disparte e mi fa: “Figlio mio, smettila di forzare: stai tranquillo, il posto è tuo”. Io il Mondiale l’ho vinto in quel momento lì. Liedholm parlava di spirito di gruppo, Bearzot predicava il senso della famiglia, ci invitava ad essere uomini veri prima che grandi calciatori. E in quella Nazionale ebbe la fortuna di trovare 22 ragazzi che sapevano essere l’uno e l’altro». Gli incontri più belli oltre il campo di calcio? «Con papa Wojtyla e il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il nostro “capo ultrà” nella finale del Bernabeu al fianco del Re di Spagna. Del Presidente mi “innamorai” durante la diretta Rai di Vermicino: in ritiro, tutta la notte svegli davanti alla tv a pregare che Alfredino Rampi uscisse vivo da quel pozzo... Le lacrime di Pertini per la sua morte restano il simbolo di quella politica che metteva davanti ad ogni cosa il bene e la felicità degli italiani. Oggi non è più così, l’unico che lavora per il bene di tutti è papa Francesco». Ha incontrato anche papa Bergoglio? «Non ancora, mi accontento di guardare una foto: papa Francesco in visita a Cagliari che saluta i miei nipotini, i figli di Daniele». Vedremo una terza generazione di Conti in campo? «Manuel e Brunetto, che è il mio sosia, fanno la scuola calcio a Cagliari: sono carucci, bravini, ma soprattutto si divertono. Per due volte m’hanno fatto piangere davanti alla tv: la domenica che il padre (Daniele, bandiera del Cagliari, ndr) ha segnato una doppietta e a turno sono corsi ad abbracciarlo». Cosa le piace e cosa la rattrista del calcio d’oggi? «Mi piace l’eterna passione per il gioco. Mi dispiace che in generale i calciatori guadagnano di più, ma in campo si divertono molto meno rispetto alla mia generazione. Mi rattrista la distanza che si è creata tra loro e i tifosi: colpa del divismo alimentato dai media. Meglio la stampa sportiva di ieri, c’erano dei giganti: Nando Martellini, Beppe Viola, “Bisteccone” Galeazzi che entrava nello spogliatoio e ci portava la pastasciutta». Il tempo passa, ma si è ancora fermi al duello scudetto Juve-Roma. «Ai tempi si parlava di “stile Juventus”, ma il nostro era  mejo – sorride – con il Barone, il presidente Viola e la signora Flora. Lo stile  nostro era la classe immensa di Falcao, la Curva Sud, l’attaccamento alla maglia da parte di tutti, a cominciare da un capitano e un fratello come Agostino Di Bartolomei che sta sempre qui, dentro il cuore mio». Il “core de Roma” ora è soltanto uno, Francesco Totti. «Un ragazzo stupendo, guai a chi mi tocca Francesco. Vorrei tanto che Totti chiudesse la carriera con un altro scudetto. Se lo meriterebbero lui, Sabatini e il presidente Pallotta che hanno costruito una grande Roma».  Che regalo le piacerebbe per i suoi 60 anni? «L’ho già ricevuto 38 anni fa, da quando sto con mia moglie Laura, il nostro “ct”, l’amore di casa. L’altro regalo me lo fa la gente tutti i giorni che mi incontra per strada e mi saluta con lo stesso affetto di quando giocavo. La mia vittoria più grande? Me vojono bene pure i laziali».
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