sabato 23 dicembre 2017
Il presidente della Cei: «Vivevamo dopo la guerra, mangiavamo quello che si poteva, la carne solo per le feste, ma abbiamo imparato molto da questa vita e oggi dobbiamo insegnarla ai giovani»
Il cardinale e presidente della Cei Gualtiero Bassetti

Il cardinale e presidente della Cei Gualtiero Bassetti

Protagonista della puntata di Soul, programma di Tv2000 condotto da Monica Mondo, sarà oggi, 23 dicembre, il cardinale Gualtiero Bassetti (nella foto), arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana. L’intervista andrà in onda alle 12.15 e alle 20.45 sul canale 28 e alle 20.30 sul circuito di InBlu Radio. Secondo la formula del programma, si tratta di mezz’ora di colloquio a tu per tu, dove a parlare non sono altre immagini se non quelle dei volti e degli sguardi. Nel suo lungo racconto, il cardinale ricorda quando il Natale, nel dopoguerra, era una «festa di povertà» ma soprattutto di condivisione. In pagina pubblichiamo la trascrizione di un’ampia parte del colloquio.

Il mistero della notte di Betlemme riempie la storia del mondo e si ferma alla soglia di ogni cuore umano: come ricorda i suoi Natali da bambino?

«Vivevamo dopo la guerra, erano Natali di estrema povertà, però la mamma preparava tutto quel poco che poteva preparare. Essendo festa si mangiava la carne, perché la carne si mangiava solo per le feste, qualche volta la domenica. C’era l’attesa della Vigilia. La messa di mezzanotte non c’era perché il parroco stava in un’altra parrocchia di montagna, quindi c’era solo la messa delle 11. Però era un clima di festa, e per noi la festa significava invitare i nostri vicini e stare insieme. Loro preparavano un po’ di vin brulé la sera, e poi quei dolcetti che faceva la mamma con pasta simile a quella del pane. E anche attraverso questi gesti semplicissimi ci veniva trasmessa la fede. Non era soltanto una festa come quando si sfogliava il granturco, che allora tutti ballavano in paese! In questa si avvertiva e si respirava la fede e c’era questo senso di attesa».

Ha detto più volte che la povertà è stata la sua prima scuola di vita. Però ha ricevuto dalla sua famiglia la ricchezza della fede.

«Io la fede l’ho respirata in casa. Mi fu ispirata dagli sguardi di mio padre e di mia madre: poche parole, però c’era tanto amore, ti trasmettevano la fede senza parlarne, ti davano l’esempio e tu seguivi quell’esempio. La domenica andavamo a messa, al catechismo, e si condivideva. Ecco, quello che ricordo della mia infanzia è la tristezza, perché l’ho vissuta sulla zona gotica, e c’erano stati tanti bombardamenti tragici sulla linea gotica. Ma questo condividere con gli altri ci faceva sperimentare la fede e la speranza. Gli Atti degli Apostoli io li ho vissuti prima di leggerli, “erano un cuor solo e un’anima sola”: noi mettevamo insieme quel po’ che avevamo e lì ho capito che per sopravvivere alla povertà estrema, bisogna condividere con gli altri quel poco che abbiamo».

Dicono che fosse un ragazzo irruente! Fece un’improvvisata di nascosto al Priore di Barbiana, don Milani, si racconta lo slancio di lei giovane sacerdote a salvare vite e cose durante l’alluvione, a Firenze… Manca oggi la baldanza giovanile, e perché?

«Perché alla fine si rischia che ciascuno si chiuda nel proprio individualismo. C’è meno capacità di comunicare, nonostante i mezzi di comunicazione ti portano nel mondo intero, ti portano a vedere la persona con cui parli. Purtroppo il simbolo non esprime la realtà, oggi vedo che anche le compagnie di giovani sono fatte di solitudine. E questi ragazzi, hanno i propri drammi e non li comunicano, o li comunicano attraverso Facebook, ma in un modo anonimo e impersonale. Era molto diverso quand’ero ragazzo perché comunicavamo tutto sul serio».

Chiediamo troppo poco ai giovani, e li abituiamo a dare troppo poco? Diciamo loro che basta soddisfare desideri piccini, che non rispondono al bisogno vero dell’uomo.

«Noi eravamo abituati ai sacrifici. Nella cameretta dove dormivo insieme a mio fratello, quando nevicava si formavano strisce di neve perché erano le lastre del tetto che erano sconnesse. Ci siamo abituati a ogni forma di sacrificio, però era un sacrificio condiviso da tutti. Quando da piccolino sono andato alla prima elementare, la prima cosa che faceva la maestra la mattina – perché non è che ci si lavasse il viso in casa…– era questa: c’era un fosso che passava di lì, si spaccava un po’ di ghiaccio che c’era sulla pozza e lei diceva “lavatevi, così vi svegliate”. Siamo cresciuti in un clima in cui ci siamo abituati ai sacrifici piccoli e grandi, altrimenti a quattordici anni non avrei potuto abbandonare la mia famiglia, andare in un seminario. E soprattutto affrontare un sistema scolastico che era il contrario di quello usato dal mio parroco quando privatamente mi ha fatto le medie, lo stesso sistema di don Milani: molto induttivo, non deduttivo. Esperienza. Io a scuola invece non ci capivo nulla, vedevo il professore sulla cattedra, soffrivo, la sera piangevo. “Piange e nasconde il viso fra le coperte” diceva quella canzone anni ’50, “pensa alle pene sofferte, piange e nasconde il viso fra le coperte, vola colomba bianca vola…”. Erano gli anni ’50 e io in quegli anni entravo in seminario, pativo, perché poi i fiorentini sono anche un po’ così, ironici. Magari ti prendono in giro senza farsene accor- gere… però la voglia di studiare, di fare qualcosa nella vita, la voglia di levarmi da quegli sterpi e da quelle capre che erano il contesto della mia vita, mi facevano superare le difficoltà perché la mia famiglia mi aveva avvezzato a questi sacrifici».

Ha pensato da sempre di voler diventare sacerdote?

«No, anzi, mi faceva effetto vedere passare i seminaristi di Molignana. Avevo addirittura il cugino, il figlio del fratello di mio padre, che era vicerettore in seminario. E perché io potessi continuare gli studi, mi volevano portare in seminario, ma mi sembravano ridicoli i seminaristi perché portavano i calzoni alla zuava e un berrettino… Sembravano dei musicisti. Erano i “collegiali” come si vedono nelle poesie del Pascoli. E allora mi hanno mandato a Firenze, perché appunto la storia è sempre quella della bicicletta: alla fine delle elementari dovevo andare ad accomodare le biciclette. Finite le medie il babbo disse: “ora è grande lo mando ad accomodare le biciclette”. A Marradi invece imparo a studiare, tutto contento, perché il parroco senza che io lo sapessi utilizzava il metodo di don Milani, perché erano stati compagni di seminario e si passavano le esperienze, mentre alla scuola media sono riuscito a fatica a prendere una licenza, perché su alcune materie ne sapevo anche più dei professori e su altre materie nulla».

Lei dice spesso, citando la Pira, che i giovani sono come le rondini, sono spinti dal vento. Dove li porta il vento, oggi?

«Non è che vanno solo dove li porta il vento, io sono convinto che i nostri giovani sono un po’ alterati dalla modernità, ma alla fine rimangono quelli che ci indicano il senso della vita e il senso della storia, sono loro i nostri maestri. Giovanni Paolo II in quella famosa lettera ai genitori aveva detto con molta chiarezza: “i bambini sono i nostri maestri” ci orientano dove sta andando la storia, dove ci vuole portare Iddio, e noi dobbiamo aiutarli. Noi dobbiamo accompagnarli, come dice continuamente il Papa, stando né davanti né dietro, ma al loro fianco. La Pira diceva che “sono come le rondini”, hanno questo senso di andare verso la primavera della vita, della storia, e noi dobbiamo essere gli atolli e i punti di sostegno perché altrimenti le rondini affogherebbero tutte nel mare. Noi adulti abbiamo il compito di essere il sostegno dei giovani, loro volano e noi dobbiamo seguire il loro volo. Io a questo ci ho sempre creduto, non per niente mi hanno messo a fare l’educatore per tutta la vita».

A proposito di La Pira, si lamenta spesso una presenza costruttiva dei cristiani nella vita sociale e politica. Non parlo di un partito di cattolici, ma di irrilevanza dei cattolici, rispetto a certi temi e certe leggi, oggi ad esempio quella sul cosiddetto testamento biologico.

«I cattolici sono irrilevanti ma non per colpa loro, perché ci sono delle personalità formidabili nel mondo cattolico in politica come pure in tutti gli altri settori, ma i cattolici rischiano di essere ininfluenti perché manca un denominatore comune, un umanesimo cristiano, che impregna la vita di quei valori. La Pira diceva molto concretamente che il pane è la grazia, e il pane era la casa, il pane era la scuola, il pane era l’ospedale, il lavoro che manca, l’assistenza agli anziani, la persona al centro. Era il personalismo di Maritain, la persona al centro: oggi abbiamo perso le radici di questo umanesimo e assistiamo a una frammentazione dell’umano».

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