domenica 8 novembre 2015
«Shemà Israel, ascolta Israele. Noi siamo il popolo di Dio che nasce dall’ascolto. Per questo nell’uomo c’è sempre la nostalgia dell’ascolto, il bisogno di essere ascoltati. E l’ascolto porta già con sé la risposta». Suor Maria Rita Piccione, agostiniana, vive nel trecentesco Eremo di Lecceto, in cima a una strada fra i boschi, nei pressi di Siena, insieme ad altre 16 consorelle. Il luogo rispecchia perfettamente la scelta di vita contemplativa. Il silenzio è totale e guardando i vecchi lecci contorti o i ramarri che escono dalle fessure fra le pietre del chiostro, nell’ultimo sole d’autunno, si ha l’impressione che la natura possa avere in ogni momento il sopravvento.  Suor Maria Rita è nota per aver scritto le meditazioni per la Via Crucis presieduta da Benedetto XVI al Colosseo nel 2011. Parlando di confessione sceglie di partire dal concetto di ascolto, perché la confessione è prima di tutto «ascolto di quel Dio che è nel nostro intimo fin dal giorno del battesimo, fin dal momento della creazione». E poi perché «l’ascolto già di per sé è in grado di fornire una risposta. Ricorda il romanzo Momo di Michael Ende?». Ricordo La storia infinita, non Momo. «Momo è una bambina che, scrive Ende, 'sa prestare attenzione come nessuno al mondo... ascolta con un’intensità tale che l’interlocutore è indotto a trovare da sé le risposte ai quesiti nel momento in cui li va ponendo'. Quando chi ti ascolta lascia da parte se stesso e si fa grembo che accoglie, allora è come se fossi tu ad ascoltarti e dentro di te si formula la risposta». Basta l’accoglienza? «Già l’accoglienza mette in condizioni di riaffrontare i problemi con animo diverso. E bello sarebbe se questo 'ascolto qualificato' si potesse fare nelle parrocchie, nei monasteri...». Ascolto qualificato? «È l’ascolto che nasce da un cammino di liberazione da se stessi guidato dall’amore, aperto a tutti. Mi viene in mente Etty Hillesum che nel suo diario, parlando del desiderio di conoscere Paesi e persone scrive: 'Dovrei imparare le lingue... E poi ascoltare, ascoltare dappertutto, ascoltare in profondità gli esseri e le cose. E amare...'. L’ascolto è la naturale espressione dell’amore». Un cammino difficile. «Ma è l’unico che conduce al vero ascolto. Se l’ascolto è accoglienza, chi ascolta deve svuotarsi di sé per fare spazio all’altro. Il modello è il Signore Gesù descritto da San Paolo nell’Inno cristologico: 'Non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo...' (Fil 2,6). Questo costruisce la capacità di ascolto. E in questo cammino la preghiera è indispensabile». È la relazione con Dio che ci rende capaci di ascoltare? «Ascolta Israele... La nostra vita è legata all’ascolto. E per offrire ascolto bisogna essere abilitati dall’ascolto di Dio. Il dialogo con Dio è intessuto di ascolto: mio di Lui e Suo di me, nel silenzio del cuore o nel concreto della vita. Ecco la preghiera che rende abili all’ascolto». Anche la confessione, quindi, è ascolto. «Alla confessione arrivo dopo aver ascoltato il mio cuore. Sant’Agostino dice che è nell’interiorità che abita Cristo ed è da lì che ci rinnova facendoci sentire la sua Misericordia. Nelle Confessioni dice di ricordare le sue colpe 'non perché le amo, ma perché voglio amare te, Dio mio... e voglio ricomporre in me l’unità dopo le lacerazioni interiori subite quando, allontanandomi da te che sei l’Uno, mi persi in tante vanità'. Penso che in questo anno della Misericordia le Confessioni di Agostino siano un testo da suggerire. Come lo sono I promessi sposi». Da Agostino a Manzoni? «Sì, perché I promessi sposi sono un trattato bellissimo sui moti interiori dell’animo umano. Solo i capitoli che riguardano l’Innominato hanno un valore enorme. Il capitolo XX inizia proprio descrivendone l’animo alla stregua del suo castello, dall’alto del quale 'dominava all’intorno tutto lo spazio e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto'. Questa è la descrizione della presunzione dell’uomo di oggi. L’esatto contrario di quanto, nelle Confessioni, Agostino dice riguardo a Dio con la famosa espressione: 'Tu autem eras interior intimo meo et superior summo meo'. Sente Dio più intimo a sé di se stesso e più alto della sommità del suo pensiero. È dentro di lui e al di sopra di lui. Lo riempie e lo avvolge. È Dio che lo ascolta davvero». Anche l’Innominato inizia ad ascoltare la coscienza... «Nel capitolo XXI scopre dentro se stesso un 'nuovo lui' e poi nel XXIII, durante il colloquio col cardinale Federigo, si realizza la dinamica della confessione. Borromeo 'gli andò incontro con un volto premuroso e sereno e con le braccia aperte, come a una persona desiderata'. Lui gli confessa di avere 'l’inferno nel cuore'. Il cardinale di rimando: 'Dio vi ha toccato il cuore e vuole farvi suo'. 'Dio! Dio! Dio!... Dov’è questo Dio?'. 'Voi me lo domandate. Chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore che non vi lascia stare e nello stesso tempo v’attira...?'. Ecco, quel 'nuovo lui' è già dentro di noi. Il cambiamento non è un salto nel buio, ma nell’immagine; è un ritorno alle origini dalla regione della dissomiglianza, un ritorno a come Dio ci ha pensato e ci vede nel suo desiderio: è il ritrovare la nostra identità autentica. In questo senso Paolo VI descrive il monaco come 'l’uomo recuperato a se stesso'; nel De ordine Agostino parla di 'spirito restituito a se stesso' e André Louf, un trappista francese, usa l’espressione 'uomo restaurato'». Venendo ascoltati ci si ascolta e si scopre che Dio è già lì a chiamarci dentro noi stessi? «Il problema è, come si legge nelle Confessioni, che gli uomini sono tesi a esplorare nuove cose ma passano inosservati a se stessi». Detta così sembra una battaglia persa? « Perché non teniamo in conto dell’azione della Grazia. André Frossard, lontanissimo da Dio, entra per caso in una chiesa dove è esposto il Santissimo e sente dentro di sé una voce. Da quel momento per lui cambia tutto. La dinamica è la stessa dell’Innominato che ascolta la sua coscienza. Poi Federigo lo accoglie 'come persona desiderata'. La vita è questo gioco fra la nostra libertà e la grazia. Madeleine Delbrêl la descrive come un romanzo in cui c’è il grande ballo, che riesce bene quando la libertà si lascia guidare dalla grazia. Una mia amica che balla il tango mi dice che ci si deve abbandonare totalmente al partner che guida. Ecco, è la stessa cosa». E con la confessione arriva il perdono. «Già nel confessarmi so che Dio mi perdona. Lo dice il Salmo 31: 'Ho detto:’Confesserò al Signore le mie iniquità e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato'. È la Misericordia la chiave di lettura della confessione. Il perdono è un atto d’amore, è un amore oltre l’amore, capace di far rinascere».
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