Leeuwarden. Alma-Tadema: Maestro di Hollywood


MAURIZIO CECCHETTI venerdì 7 ottobre 2016
Alma-Tadema: Maestro di Hollywood

Quando si sente dire che un artista ha rappresentato il proprio tempo, quel tempo storico che nelle sue sfumature segna un’area geografica e culturale più ampia dell’appartenenza nazionale o locale, si dice, in fondo, che la sua universalità è, in un certo senso, limitata a un’epoca; Michelangelo o Caravaggio sono sicuramente collocati nel loro tempo, ma la loro opera interroga anche l’uomo di oggi perché la sua forza estetica ed espressiva travalica il tempo storico nel quale è nata e di cui testimonia alcuni caratteri linguistici.

Il neogotico ottocentesco è più che mai l’espressione di un tempo storico, ma oggi la bellezza di quello che ha prodotto resta confinata in una temporalità ristretta che ci porta a guardare quelle opere con un’ottica archeologica. La seconda metà dell’Ottocento, raccogliendo l’eredità romantica della pittura di storia ha segnato l’immaginario europeo grazie ad alcuni artisti che furono tra i più celebrati. Fra questi Lawrence Alma- Tadema (la pronuncia vuole l’accento sulla prima a di Tàdema), originario della Frisia, regione nordica dell’Olanda con Leeuwarden per capoluogo.

Se si vuole entrare davvero nel mondo dell’olandese naturalizzato britannico Alma-Tadema oggi bisogna recarsi lì, a Leeuwarden, citta di ottantamila abitanti che diede i natali alla bella e celebre ballerina Mata Hari, condannata a morte per spionaggio nel 1917 dal tribunale di Parigi (otto degli undici colpi del plotone di esecuzione andarono a vuoto...). Il Fries Museum, modernissimo luogo espositivo che fa impallidire molti centri d’arte contemporanea delle nostre blasonate città artistiche, ha appena aperto una esposizione su Alma-Tadema con circa 80 opere.

È il caso di aggiungere, per la cronaca, che Leeuwarden ha allestito la mostra in vista della ribalta a cui salirà nel 2018 come Capitale europea della cultura. E in occasione dell’inaugurazione della mostra sono stati presentati anche i programmi espositivi e i progetti che si stanno predisponendo, fra questi una mostra sulla fascinosa spia ballerina. Dire chi sia – in senso proprio – Alma- Tadema non è cosa semplice. Partecipa di un gusto che somma richiami all’arte classica, nel suo caso soprattutto romana; ma anche allo stile floreale, alle mitologie immaginate più che reali; alla teatralità dei gesti e delle scenografie, che saturano di atmosfere esotiche l’orizzonte culturale europeo dominato da una borghesia che nel femminile trova la propria cartina di tornasole (seduzione, desiderio e misoginia si sposano alla perfezione nelle figure di vestali, principesse e regine che inscenano sofisticati ginecei-harem come nella grande tela Le rose di Eliogabalo del 1888). 

La mostra si apre con un Autoritratto giovanile, quando il pittore ha 16 anni. Sguardo consapevole, da enfant prodige sicuro del proprio talento. La metà dell’Ottocento, grazie anche alle missioni archeologiche, riportò in auge il gusto per le antiche civiltà: i greci e gli egizi (già prima con Winckelmann e le campagne napoleoniche), Roma e il mondo pompeiano coi ritrovamenti a Ercolano e dintorni.

Degas frequentò in quel periodo l’Italia – la sua famiglia aveva radici partenopee oltreché francesi – e tenne ampiamente conto di quanto emergeva dagli scavi. E Alma-Tadema non poteva non accorgersi di questa antichità che tornava alla luce dai sepolcri della storia; un’antichità di colori e gusti che, appunto, stimolavano alla ricerca del mito. Da giovane si era formato ad Anversa e, sposandosi, andò a vivere a Bruxelles. Rimasto vedovo con due figlie da crescere, Alma-Tadema nel 1871 sposò una nobildonna inglese, Laura Epps, che prestò le proprie fattezze a vari dipinti.

Due anni dopo divenne a tutti gli effetti britannico, nel 1876 entrò alla Royal Academy, nel 1899 fu fatto cavaliere e nel 1907 ebbe l’onore dell’Order of Merit. Ma l’apoteosi fu completa soltanto con analoghe onoreficenze ottenute in Belgio, Germania, Francia, Austria, Spagna. Agli Uffizi è conservato un suo Autoritratto tardo, del 1896, esposto a Leeuwarden, che ci fa capire quanto la vita di questo artista sia stata tutta compresa dentro una società dalla parvenza aristocratica ma in realtà già borghese a cui egli offre uno specchio di elevata decadenza che lo rende prossimo a Mucha e Klimt, quanto meno nella sensibilità un po’ morbosa per un colore che diventa il correlativo sfumato e profumato della carne femminile.

La femme fatale all’antica che rivive, per esempio, nella Gradiva di Jensen e in una idea del desiderio estenuante, perturbante, come avevano intuito Freud e Warburg. Poco prima che morisse mi trovai nel 1998 a parlare con Federico Zeri di questa pittura inglese che lui considerava grande come quella impressionista. Capivo che per Zeri la qualità pittorica era un fatto tecnico, lontanissimo dal valore dell’intensità espressa dalla forma “rapsodica” che, nella stessa epoca, caratterizzava un’altro genere di arte moderna. E indubbiamente la qualità pittorica di Alma-Tadema è superlativa, si vede tanto più quando ci si trova davanti a un suo quadro non finito ( Le menadi esauste dopo la danza del 1873-74, per esempio), e si intuisce il lavoro preparatorio che anticipa l’apertura del sipario, quando la scena mostra tutti i suoi elementi immoti e perfettamente disposti. 

Ho accennato, all’inizio, il discorso della durata trans-storica di un artista, e adesso mi chiedo: qual è stato il tempo di Alma-Tadema? Forse, ancor più di quello in cui visse, fu quello successivo alla sua morte nel 1912; l’epoca del cinema che ha cercato, come a Hollywood, di far rivivere l’antichità romana, la sua imperiale grandezza, specchiando l’America in quell’orizzonte ben riassunto dall’idea del Kolossal.

L’ultima sala è proprio dedicata a questo legame fra il cinema e la Roma immaginaria di Alma-Tadema (del resto anche Fischer von Erlach aveva ricreato un’architettura antica immaginata a partire dal gusto archeologico) nelle ramificazioni che si allungano fino al Gladiatore di Ridley Scott. Zeri vede così riconosciuta la sua predilezione per una pittura di cui, disse, i veri seguaci furono appunto i grandi cineasti americani.

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