sabato 15 aprile 2017
Oggi al centro di polemiche, “Bruciare tutto” dimostra l’impossibilità di raccontare dall’esterno il dramma della fede messa alla prova dal male E sulla pedofilia il romanzo resta ambiguo
Walter Siti (Wikicommons)

Walter Siti (Wikicommons)

Una storia molto simile l’aveva raccontata già Fëdor Dostoevskij e anche allora lo scandalo non era mancato. Nel 1873 la censura zarista aveva impedito la pubblicazione di un capitolo dei Demoni – il nono della seconda parte, per l’esattezza. Provvedimento dispotico finché si vuole, ma non del tutto immotivato. In quelle pagine, attraverso lo schermo di una lettera, il protagonista Stravrogin confessa lo stupro compiuto su una bambina, descrive l’orrore suscitato in lei («Ho ucciso Dio», ripete febbricitante la piccola Matrëša) e infine rivela il suicidio della vittima, un gesto disperato che già annuncia la fine dello stesso Stavrogin, il nichilista travestito da mistico. La successione degli eventi è, grosso modo, quella che ritroviamo in Bruciare tutto (Rizzoli, pagine 372, euro 20,00), il romanzo di Walter Siti che in questi giorni è al centro di una polemica non esclusivamente letteraria. O, meglio, la letteratura è continuamente tirata in causa, in ossequio al principio secondo il quale la letteratura può e deve occuparsi di tutto, abissi del male compresi, ma può farlo soltanto se è “vera letteratura”. E qui il discorso necessariamente si sfrangia, perché riconoscere la cattiva letteratura non è difficile (è, come al solito, quella che scrivono gli altri), mentre per la vera, la giusta e l’autentica mancano e sempre sono mancati criteri condivisi di certificazione. Di solito ci pensa il tempo, a rimettere le cose a posto. Se andate a comprare oggi una copia dei Demoni, per esempio, vi accorgerete di come il famigerato capitolo sia tornato al suo posto o, alla peggio, sia riprodotto in appendice. Non è un paragone, sia chiaro. Ma indicare una fonte (perché è indubbio che I demoni siano una delle fonti di Bruciare tutto, se non addirittura la principale) è sempre utile, sempre illuminante. Italianista, curatore delle opere di Pasolini e narratore relativamente tardivo, Siti non è mai stato uno scrittore rassicurante. Tutti i suoi libri – andranno ricordati almeno Troppi paradisi, Il contagio e Resistere non serve a niente, vincitore dello Strega nel 2013 – ruotano attorno a una visione tutt’altro che conciliata dell’omosessualità, nella quale il desiderio erotico si rovescia in colpa, stigma morale, condanna. È la condizione in cui si trova don Leo, sacerdote in una parrocchia del centro di Milano. Un prete ancora giovane (attribuirgli 33 anni esatti è, sotto ogni punto di vista, un eccesso che sarebbe stato più giusto evitare), molto colto e molto stimato per le sue posizione progressiste, che però nel corso del racconto finiranno per sfuggirgli di mano. Don Leo è inquieto, perché la sua esistenza nasconde un segreto e quel segreto innominabile, che non ha mai smesso di tormentarlo, rischia di essere rivelato: pedofilo da sempre, anni prima ha abusato di un ragazzino che adesso, cresciuto, si presenta alla sua porta. Nessun ricatto, ma il sistema di rassicurazioni pazientemente costruito da don Leo vacilla. Ha peccato solo quella volta, si dice, ma lui per primo sa che si tratta di un peccato imperdonabile e non perdonato, anche perché il sacerdote al quale è stato inizialmente confessato era a sua volta un pedofilo, e della specie peggiore, seriale e melliflua. Nelle intenzioni di Siti, probabilmente, il centro del romanzo dovrebbe stare nell’arco voltaico tra fede e abiezione. Ma la ricostruzione d’ambiente – non di rado ingenerosa – prende il sopravvento, le citazioni si affastellano nella loro meticolosa precisione e don Leo, come ammette lo stesso Siti nella nota finale, rimane sempre osservato «dall’esterno». La differenza con Dostoevskij non si misura in termini di resa stilistica o di capacità di costruzione, ma nel fatto che l’autore dei Demoni patisce la storia dall’interno, laddove Siti rimane comunque uno spettatore. Implacabile e attentissimo, ma troppo interessato a dimostrarsi estraneo alla vicenda. A questo provvede, nello specifico, il gioco delle note a piè di pagina attraverso le quali l’autore dialoga con i personaggi. Ci sono casi in cui questa distanza, semplicemente, non può essere rispettata. Non importa che Siti si dichiari non credente («Un Dio presente e vivo continua a sembrarmi una cosa tanto gigantesca e sconvolgente da minacciare la compagine stessa del cervello», afferma). La discesa agli inferi di don Leo avrebbe potuto raccontarla solo uno scrittore che, almeno durante la stesura del romanzo, si fosse fatto carico del paradosso della fede, di quel come se su cui tutto sta o cade. In assenza di questo, la soluzione di assegnare a un altro bambino il ruolo prima di tentatore e poi di vittima sacrificale risulta tanto strumentale da suscitare raccapriccio. Don Leo, che aveva giurato a se stesso di non diventare mai come il suo turpe confessore, è precipitato nello stesso inganno. Ha ucciso Dio, anche lui. Anzi, da quel che ne sappiamo, in Dio non ha mai creduto. Contrariamente a don Lorenzo Milani, alla cui «ombra ferita e forte» il romanzo di Siti è ambiguamente e inspiegabilmente dedicato.

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