martedì 14 luglio 2015
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«Ancora un tribunale che legittima di fatto il ricorso all'utero in affitto, tirando in ballo la sentenza della Consulta sulla fecondazione eterologa che avrebbe chiarito come diventare genitori rientri nella "generale libertà di autodeterminarsi". Ma qui non si tratta di autodeterminazione: non so quanto possa dirsi "autodeterminata" la donna a cui è stata commissionata la gravidanza a pagamento». È il commento di Eugenia Roccella, esperta di bioetica, autrice di un recente volume («Fine della maternità») dedicato proprio allo stravolgimento della filiazione e della genitorialità. «Il problema non è riducibile solo alla trascrizione dell'atto di nascita – prosegue Roccella, che è anche parlamentare di Area Popolare e vicepresidente della commissione Affari Sociali della Camera – ma al rispetto di principi fondamentali come il divieto di vendere, comprare, affittare il corpo umano o le sue parti.  Quale tribunale farà rispettare l'articolo, tuttora in vigore, della legge 40 che recita: "Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità e' punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro"?».

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