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Per praticare l’aborto, il metodo chimico con la pillola Ru486 ha superato nel 2022 quello chirurgico, secondo l’ultima relazione ministeriale al Parlamento sull’attuazione della legge 194. A favorire la crescita è stata – negli ultimi anni – la circolare del ministro della Salute del 12 agosto 2020 che ha aggiornato le linee guida sull’utilizzo della pillola abortiva e ne ha esteso la disponibilità dalle 7 alle 9 settimane di gravidanza.
Alla notizia che l’ospedale “Costanzo e Giacomo Mazzoni” di Ascoli Piceno, primo nelle Marche, aveva adeguato le proprie regole alle indicazioni ministeriali si sono registrati alcuni commenti. Di fronte alle reazioni soddisfatte di associazioni favorevoli alla facilitazione dell’aborto e all’uso del metodo chimico, non sono mancate le osservazioni critiche di chi ne ha ricordato i pericoli.
In prima fila Stefano Ojetti, presidente nazionale dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci), che è medico chirurgo ascolano, il quale ha rimarcato ironicamente il «risultato rilevante di cui essere “orgogliosi”» aggiungendo che «contribuirà inevitabilmente a rafforzare l’inverno demografico della nostra città». Ojetti ha ricordato come in epoca di natalità in picchiata, con inviti a promuovere politiche che possano a incentivare le nascite, c’è ancora chi favorisce l’aborto in tutte le sue forme. Infine il presidente Amci ha enumerato alcuni effetti indesiderati e complicanze legati all’utilizzo della RU486.
Al suo fianco il medico di medicina generale di Loreto (Ancona), Roberto Festa, esponente del comitato “Pro life insieme” a rimarcare che le linee guida del 2020 del ministro Roberto Speranza nascevano «dal pretesto di diminuire l’accesso in ospedale a causa del Covid», ma che non nascondevano che l’aborto farmacologico «in base alla letteratura scientifica causa complicazioni fino a 7 volte superiori rispetto all’aborto chirurgico».
Anche la deputata ascolana Giorgia Latini (Lega) ha deplorato l’esultanza per la novità dell’ospedale marchigiano «per questioni che andrebbero affrontate con maggiore serietà e responsabilità. Esultiamo piuttosto quando riusciamo a offrire soluzioni e alternative che tutelino la vita e il benessere delle donne».
Alle osservazioni di Stefano Ojetti ha replicato su Quotidianosanità.it la ginecologa Anna Pompili (associazione Luca Coscioni) secondo la quale «dovremmo stupirci dell’inconcepibile ritardo nell’acquisizione delle indicazioni ministeriali, e invece assistiamo ancora, penosamente, agli allarmi infondati sulla presunta pericolosità dei farmaci per l’aborto, e alle ridicole lamentele sull’inverno demografico».
Nella sua risposta sullo stesso sito di informazione sanitaria, il presidente Ojetti ha rivendicato la propria fedeltà all’ideale della professione medica (che mira a salvare una vita) e non all’ideologia, rievocando anche il giuramento ippocratico che vieta al medico di somministrare un medicinale abortivo. Pur concordando che la 194, in quanto legge dello Stato, debba essere rispettata, Ojetti rimarca che «va applicata nella sua interezza». Il riferimento è non solo al rispetto dell’obiezione di coscienza, ma anche all’aiuto a «rimuovere le cause che porterebbero alla interruzione di gravidanza». E conclude: «Credo che la soppressione di una vita debba essere interpretata comunque come una sconfitta e non come una vittoria».