martedì 5 agosto 2014
​Centri privati contro il decreto Lorenzin per normare donatori, compensi, scelta dei gameti e anonimato. Ma a favore di soluzioni eugenetiche.
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Tolto di mezzo il divieto di fecondazione eterologa contenuto nella legge 40, i centri privati che praticano la procreazione assistita in Italia si attendevano di avere mano libera per ampliare il proprio catalogo con una pratica dalle molteplici e discusse implicazioni tecniche, etiche ed economiche. Non stupisce dunque che abbiano accolto negativamente la decisione del ministro della Salute Beatrice Lorenzin di porre regole essenziali per la sicurezza e la trasparenza della procedura ricorrendo al decreto legge per evitare che Regioni, cliniche e ospedali procedano in ordine sparso. Né desta meraviglia che in un documento inviato ieri al Ministero – dal quale sono attese anche le nuove linee guida previste dalla legge – propongano che alle coppie interessate all’eterologa ogni centro possa «garantire compatibilità di colore della pelle, gruppo sanguigno, colore dei capelli e degli occhi» nei gameti dei donatori. Una vera selezione della razza, sebbene nel documento si precisi che «non è possibile scegliere le caratteristiche fenotipiche del donatore» parlando però di «compatibilità etnica». Un’affermazione questa criticata da Eugenia Roccella, che parla di «amore condizionato al colore della pelle». I centri privati e i professionisti non fanno mistero della loro allergia a possibili paletti in materia di eterologa. In una lettera diffusa sempre ieri le società scientifiche che raccolgono medici e centri specializzati esprimono «preoccupazione e stupore» per la decisione di «regolamentare, anche da un punto di vista tecnico, la metodica» mediante «il ricorso alla decretazione d’urgenza». Un tentativo di influire sull’iter di un intervento normativo resosi indispensabile dopo la sentenza con la quale il 9 aprile la Corte Costituzionale aveva fatto cadere il veto alla fecondazione ottenuta con uno o entrambi i gameti esterni alla coppia, aprendo una serie di questioni di formidabile delicatezza e complessità. Le società scientifiche, appoggiate da alcuni componenti del tavolo tecnico istituito dal Ministero, condividono l’esigenza di effettuare l’eterologa «in condizioni di massima sicurezza, a tutela della salute dei cittadini e della efficienza ed efficacia dei trattamenti sanitari eseguiti nei centri medici pubblici, convenzionati e privati», ma indicano nelle linee guida – un semplice atto amministrativo – lo strumento che sarebbe sufficiente a regolamentare materie come il registro dei donatori, l’eventuale compenso, la selezione o meno dei gameti, l’anonimato di chi offre seme o ovociti, il diritto dei figli di conoscere le loro origini. Temi di una portata antropologica e sociale che richiedono uno spessore normativo superiore alle linee guida, oltre a richiedere un confronto in Parlamento che un atto amministrativo del Ministero non consentirebbe. Parlando del provvedimento annunciato martedì scorso da Beatrice Lorenzin in Commissione Affari sociali della Camera come di un atto «ingiusto e inspiegabile», i centri commentano che così facendo si ostacola la ripresa dalla denatalità. Ma per uscirne ci vuole ben altro che la provetta eterologa "libera".
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