giovedì 17 giugno 2021
Fragilità, problemi psichiatrici, diseguaglianze: l’agenda di Annamaria Staiano, prima donna presidente dei pediatri
La presidente della Società italiana di pediatria (Sip), Annamaria Staiano

La presidente della Società italiana di pediatria (Sip), Annamaria Staiano

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C'è un’altra fetta di sanità che va reinventata dopo l’emergenza Covid, ed è quella della pediatria. Perché se è vero che il coronavirus ha soltanto sfiorato i bambini – colpiti lievemente e in numero quasi irrisorio da complicanze –, vero è anche che il lockdown e l’anno di restrizioni che ci stiamo lasciando alle spalle ha aperto una ferita profonda nella salute dei più piccoli. Soli, chiusi, incollati davanti a tv e tablet, nascosti dietro alle mascherine, sono proprio i bambini ad aver pagato il prezzo più alto alla pandemia in termini sociali e psicologici. Con gli strascichi sanitari drammatici che questo sta comportando nei reparti pediatrici degli ospedali di mezzo Paese, dove le neuropsichiatrie infantili scoppiano e i medici si trovano disarmati di fronte alla nuova emergenza.

Annamaria Staiano – direttore del Dipartimento di Scienze mediche traslazionali all’Università Federico II di Napoli, primario di Pediatria specialistica al Policlinico universitario, professore ordinario di Pediatria, esperta di infermieristica pediatrica – diventa presidente della Società italiana di pediatria in questo scenario complesso. Prima donna dopo 123 anni, e basterebbe questo a fare notizia, non fosse che il 74% degli specializzandi che oggi studiano per diventare pediatri sono proprio donne. Ed ecco che il suo mandato raccoglie anche una sfida inedita di rappresentatività.

Professoressa, intanto questo primato. Cosa significa per lei?
È ovviamente un grande onore, anche se mi piace pensare di essere stata eletta non per la necessità di rispettare le quote rosa ma per il mio percorso professionale e per le mie competenze acquisite nel corso degli anni col mio impegno in prima linea. I fatti in ogni caso dicono che la pediatria è donna, anzi, che la medicina è donna: il numero di donne che superano il test di ammissione alle facoltà è di gran lunga maggiore rispetto agli uomini.

È stato un anno difficilissimo. Anche la pediatria ha scontato la difficoltà di riorganizzarsi durante la pandemia. Le famiglie a tratti si sono sentite abbandonate nei percorsi classici di assistenza in studio e anche nelle cure ospedaliere...
Abbiamo fatto fatica, sì. La frattura tra ospedale e servizi, la carenza di specialisti, i limiti dell’organizzazione del nostro sistema sanitario sono emersi con forza mettendo in crisi la pediatria territoriale a causa dell’enorme carico assistenziale. Questa però è anche un’irripetibile occasione di riorganizzazione, nell’emergenza siamo chiamati ora a trovare un’opportunità. La sfida futura che ci siamo posti come Sip, in particolare, è quella di contribuire alla rimodulazione alla formazione specialistica pediatrica valorizzando le aree formative più carenti: penso alla terapia di comunità, alle terapie intensive pediatriche, ai legami col territorio. Stiamo stendendo delle linee guida e lavorando agli obiettivi che ci vedranno impegnati nei prossimi anni. Ne abbiamo individuati tre in quello che è a tutti gli effetti un Piano strategico: primo, contribuire – appunto – alla riorganizzazione dei percorsi formativi; secondo, ripensare l’assistenza pediatrica dal punto di vista dell’integrazione ospedale-territorio; terzo, garantire lo stesso diritto alla salute a ogni bambino, superando le disomogeneità tra i territori che sono emerse col Covid.

A proposito di Covid, scottante e di attualità è il tema dei vaccini sui più piccoli. Si sente di raccomandarli?
Assolutamente. Intanto per una questione di protezione individuale: se è vero che il Covid in età pediatrica ha manifestazioni importanti rare, queste ultime non si possono tuttavia escludere. Va ricordato che in Italia abbiamo avuto 700mila bambini colpiti dal Covid, di cui 3mila sono stati ricoverati e 30 sono morti, anche se in questo caso erano presenti altre patologie. Il punto, però, è che su 10 milioni di italiani in fascia pediatrica un milione sono fragili: cioè a rischio di finire in ospedale e di morire se contagiati. Ecco perché il vaccino è fondamentale anche per i piccoli. C’è poi, ovviamente, una questione di sicurezza generale: dobbiamo bloccare la circolazione del virus con le sue varianti, e i bimbi sono dei serbatoi. Infine, è vitale far riprendere ai piccoli la loro vita normale.

Ma gli eventi avversi che si sono registrati dopo la somministrazione di Pfizer, per esempio, in Israele?
Sono situazioni rarissime di miocardite, che si stanno valutando. In Israele hanno colpito in un caso su 6mila, soprattutto maschi, in forme lievi. Gli studi sono ben condotti e per ora ci rendono sicuri dell’efficacia e della sicurezza dei vaccini fino ai 12 anni. Sui più piccoli, invece, aspettiamo i dati.

I pediatri che ruolo hanno nella campagna?
Dipende dalle Regioni. Io sono a favore della somministrazione in studio, dato il rapporto consolidato di fiducia con le famiglie e coi più piccoli. In questo momento però il sistema degli hub è più che tempestivo e organizzato. Entreremo in gioco in una seconda fase, probabilmente a partire dall’autunno.

C’è un’altra emergenza sanitaria che sta esplodendo però tra bambini e adolescenti: quella dei disturbi comportamentali.
È così. Il Covid ha avuto effetti indiretti pesantissimi sulla salute mentale dei più piccoli. Registriamo un allarmante incremento delle patologie psichiatriche e dei disordini comportamentali, esito dell’isolamento psicosociale. Come Sip abbiamo istituito un tavolo tecnico e stiamo mandando schede con questionari in tutta Italia: si tratta di intercettare preventivamente questi problemi, bisogna agire in fretta. Soprattutto nel campo dell’educazione digitale: gli ultimi dati ci dicono che bambini e adolescenti arrivano a trascorrere 8 ore al giorno davanti agli schermi. Occorre una campagna di sensibilizzazione che coinvolga famiglie e scuole: i pediatri devono avere un ruolo. E presto lo prenderemo.

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