giovedì 18 giugno 2015
​Solo il 2% delle donne non caucasiche decide di compiere questo passo. Avviata una campagna informativa. 
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​E' un gesto di altruismo, gratuito, anonimo e mai pericoloso, che tutte le mamme dovrebbero conoscere: la donazione del sangue del cordone ombelicale. Oggi questo vale soprattutto per le donne immigrate che, per una questione di incompatibilità con il genotipo caucasico (europeo e in parte nord americano), rappresentano una risorsa preziosa per le proprie comunità. «Attualmente in Italia solo il 2% delle donazioni di sangue cordonale proviene da donne di etnìa non caucasica, occorre incrementare le unità per garantire il trapianto a pazienti extra-europei» mette in evidenza Francesca Bonifazi, ematologa e presidente del Gruppo italiano trapianti di midollo osseo. Per questo, dopo il successo della campagna nazionale di sensibilizzazione «Nati per donare» rivolta ai futuri genitori italiani, nel 2013 l’associazione trevigiana Admor-Adoces (Associazioni donatori cellule staminali) ha avviato un percorso pilota, il «Progetto Treviso», per coinvolgere anche le madri provenienti da altri Paesi. Ne è derivata un’iniziativa nazionale della Federazione italiana Adoces, risultata vincitrice di «Progetti per le donne. We Women for Expo» e presentata nel Vivaio Donne del Padiglione Italia: il progetto «Anche noi... nati per donare». Grazie al sangue ricavato dal cordone ombelicale si può guarire da leucemie, linfomi, sindromi mielodisplastiche, mielomi, anemie, talassemie, malattie congenite del metabolismo e del sistema immunitario e da alcune forme di tumori solidi. Un sangue speciale, quindi, che può salvare molte vite e che, attraverso le banche pubbliche, è messo a disposizione dei malati di tutto il mondo che necessitano di un trapianto di cellule staminali ematopoietiche (quelle prodotte dal midollo osseo). In Italia i centri di raccolta e conservazione sono le banche del sangue cordonale, 18 in tutto il territorio nazionale (a cui fanno riferimento 300 punti nascita), concentrate soprattutto al Nord. Le donne immigrate, accanto alle migliaia di italiane che scelgono di donare, devono dunque essere coinvolte nel programma mondiale di donazione solidale. «La campagna che abbiamo avviato in provincia di Treviso prevede il ricorso a locandine nei consultori, a un prontuario multilingue, a video e a materiale che le future mamme possono portare a casa per informare la famiglia – spiega Alice Vendramin Bandiera, referente del Programma Sangue Cordonale della Federazione di Treviso –. Stiamo lavorando per portare la campagna in altre regioni. Un impegno importante in una società sempre più multietnica. A breve partirà l’associazione Gadco di Reggio Calabria e la Domo di Verbania». Si inizia a fare informazione con le ostetriche che entrano in contatto con le donne e si prosegue al Centro trasfusionale, dove le potenziali donatrici devono rispondere a un questionario e dare il consenso informato. Finora sono state coinvolte 250 future mamme provenienti da Paesi europei ed extra-europei. Di queste, 28 sono risultate idonee alla donazione. La collaborazione con la Federazione italiana Adoces, di cui l’associazione di Treviso fa parte, e l’Associazione italiana biblioteche ha permesso l’ampliamento del progetto a tutto il territorio nazionale. «Una paziente di etnìa caucasica ha il 70% di probabilità di trovare un donatore all’interno del registro internazionale – spiega Bonifazi –, mentre per pazienti di altre etnìe la possibilità si riduce al 10%. In Italia il 7-8% dei trapianti riguarda persone straniere (sia di etnìa caucasica che non), ma i cordoni disponibili provenienti da donne della stessa etnìa sono appena il 2-3%». È importante ricordare che le cellule staminali ematopoietiche presenti nel midollo osseo e nel sangue periferico sono meno capaci di autoriprodursi e meno compatibili di quelle del cordone ombelicale. Serve per capire meglio l’importanza di questo tipo di donazione, che può portare, in alcuni casi, anche a donazioni da parte di etnìe non caucasiche verso etnìe caucasiche. In un incrocio di sangue fra popolazioni diverse, per guarire sia bambini sia adulti. Secondo gli ultimi dati, i cordoni disponibili presso le banche pubbliche in Italia sono 34.500 (a fronte di 600mila cordoni ombelicali nelle banche di tutto il mondo), di cui 1.352 utilizzati per i trapianti e 3.498 per familiari malati (di questi 161 per trapianti).  «Mi piace sottolineare che il cordone che guarisce è il cordone di un’altra persona – conclude Bonifazi –. E io, dopo vent’anni di attività, trovo ancora straordinario che si possa scegliere di accompagnare una vita che nasce con il dono verso un’altra vita in difficoltà».
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