mercoledì 1 aprile 2020
Dei tre più grandi poeti italiani del Novecento, Giuseppe Ungaretti è quello che ha avuto minori riconoscimenti. Salvatore Quasimodo è stato il primo a ricevere il Nobel, cinquantottenne, nel 1959; Eugenio Montale, mentre il Nobel sembrava sfumato, nel 1967 fu nominato senatore a vita, e poi, nel 1975, venne anche il Nobel. Per Ungaretti, che era anche il più anziano (classe 1888), nessun riconoscimento strepitoso. Eppure, la poesia italiana contemporanea è nata proprio con lui. Ungaretti è stato zavorrato dalla prefazione di Benito Mussolini, alla ristampa del Porto sepolto (1923), e dall’essere stato nominato Accademico d’Italia, nel 1942, raggiungendo peraltro la compagnia di Pirandello, Mascagni, Papini, Pascarella, Marconi, Fermi e tutti gli altri, compreso il cardinal Gasparri.
Intatta, però, la sua fortuna critica, soprattutto per opera di Giuseppe De Robertis, suo coetaneo, di Luciano Rebay negli Stati Uniti, di François Livi in Francia. Giunge ora un gioiello destinato all’imprescindibilità negli studi ungarettiani: il titolo è Naufragio senza fine, e ne è autore Giuseppe Savoca (Olschki, pagine 228, euro 35). Oltre che per i suoi studi su Leopardi, Verga, Gozzano, Montale e molti altri, Giuseppe Savoca, professore emerito di letteratura italiana moderna e contemporanea, è celebre per la collana “Strumenti di lessicografia”, in cui,computer adjuvante, sono comparse una trentina di concordanze, fra cui quelle dedicate a Petrarca, Montale (Diario postumo compreso), Sinisgalli e, naturalmente, Ungaretti. Savoca articola approfondimento critico intorno alla metafora del naufragio, usata da Ungaretti fin dalle sue prime poesie. Infatti, Allegria di naufragi (Vallecchi, 1919) è il titolo del primo vero libro di Ungaretti, comprensivo del Porto sepolto pubblicato da Ettore Serra nel 1916, in soli 80 esemplari. Perché quel titolo ironico, o, meglio, ossimorico? Lo spiega il poeta stesso: «L’uomo in tutte le sue imprese anche quando crede di essere arrivato in porto, sì ci arriva, ma ci arriva da naufrago, ci arriva dopo aver lasciato molte illusioni se non aver subìto dei veri disastri. Ma il fatto di essere comunque arrivato in porto anche dopo un naufragio, dà un certo piacere, no?, dà un’allegria. Ecco: Allegria di naufragi». Naufragio richiama la presenza del mare, ma per Ungaretti evoca anche il deserto, conosciuto negli anni della nativa Alessandria, con le sue onde di sabbia. Un tema evidentemente leopardiano («E il naufragar m’è dolce in questo mare»), ma che in Ungaretti assume valenza metafisica. A un intervistatore che lo interrogava sul suo «nulla d’inesauribile segreto», il poeta rispose: «È ciò che è al fondo di me stesso e al fondo di ogni uomo. L’essere. La cosa che è creata, che prende una forma, non è niente, cessa di essere niente. E il segreto, è il segreto dove il poeta può arrivare, attingere, se Dio l’ispira». Dunque, «il segreto del poeta» è l’intuizione esperienziale dell’essere, in prospettiva esplicitamente cristiana («Se Dio l’ispira»). Questi rapidi assaggi vogliono essere soltanto un invito alla lettura del saggio di Giuseppe Savoca.
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