giovedì 8 marzo 2018
Le donne del Novecento a cui mi sento più legato sono quelle ferite dal totalitarismo, come se nella loro drammatica avventura fosse celata una risposta speciale che oggi riscopro negli occhi accesi delle nostre studentesse. E così, dentro di me, mi sorprendo a fare certe scommesse liriche di bislacco vaticinio. Vorrei che le mani conserte e il sorriso adolescente di Anna Frank davanti al suo diario si propagassero ancora nel progetto che ieri Miranda mi ha confidato: diventare infermiera professionale. Sarebbe bello se il furore ideale di Sophie Scholl, la giovane resistente della Rosa Bianca, alimentasse la decisione di Giovanna: andare a fare il doposcuola nel campo nomadi del Casilino. Quando ho chiesto a Martina quale facoltà avesse scelto e lei mi ha detto filosofia, ho ripensato a Simone Weil. Nella serietà di Anita, piccola professoressa di fronte allo scalpitante Alì, mi piacerebbe raccogliere almeno un frammento dell'energia vitale di Etty Hillesum quando nel lager diceva di sentirsi il «cuore pensante della baracca». La potenza di Edith Stein, l'odissea di Margarete Buber-Neumann, le vicissitudini di Hélène Berr e Marie Jalowicz Simon, la solitudine animata di Christine Lavant: tutte mi hanno lasciato un segno. Come scrisse Gertrud Kolmar: «Chi dovrebbe sperare se non una donna?».
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