martedì 13 febbraio 2018
Che significa in concreto essere cittadino europeo? Quali diritti e quali garanzie comporta? E se un Paese membro decide, come ha fatto la Gran Bretagna, di lasciare l'Unione, su quali prerogative residue possono contare i suoi abitanti se vivono da tempo sul territorio comunitario? Perderanno ogni beneficio o potranno conservare uno status migliore di chi possiede passaporti "esterni"? A questa serie di domande, al centro di una complessa trattativa politica avviata dopo il voto inglese che ha sancito la Brexit, dovrebbero arrivare presto anche importanti risposte sul terreno giuridico da parte dalla Corte di Giustizia di Lussemburgo.
A investire i magistrati comunitari è stata nei giorni scorsi la giustizia olandese, interpellata a sua volta da un gruppo di sudditi di Sua Maestà residenti stabili nei Paesi Bassi. È la prima volta che un quesito del genere arriva al cospetto delle toghe dell'Unione e il loro responso sarà interessante, perché finora si è molto discusso della sorte degli stranieri che vivono e lavorano in Inghilterra. Molto meno invece si parla del milione circa di britons che hanno varcato stabilmente la Manica per istallarsi sul Continente e che vorrebbero restarci.
Ovviamente l'iniziativa prende le mosse da circostanze particolari e i legali dei cittadini inglesi – cinque in tutto, supportati da due associazioni – sono anzitutto preoccupati del destino concreto dei loro assistiti. Ma nell'elenco dei quesiti sottoposti all'Alta Corte figurano, come si è visto, anche questioni di principio. E i relativi pronunciamenti potranno influire dal punto di vista giuridico sullo stesso confronto istituzionale in corso fra Bruxelles e Londra.
I promotori del ricorso sostengono che il solo fatto di essere un cittadino europeo dovrebbe attribuire dei diritti a sé stanti, oltre e al di sopra di quelli che derivano dall'appartenere a un singolo Stato membro. E se quest'ultimo decide di abbandonare l'Unione, la tutela di tali diritti non può venir meno automaticamente, perché in qualche modo la loro fonte deriva da un ordinamento che continua a esistere. Nel caso britannico, secondo gli interessati, dovrebbero sopravvivere almeno in parte anche dopo il 29 marzo 2019, quando il Regno Unito si staccherà del tutto dai "27".
Il signor Stephen Huyton, residente da 24 anni in Olanda, dove ha messo su famiglia e lavora come direttore finanziario, ha accolto con sollievo la decisione dei giudici olandesi di adire la Corte di Giustizia Ue. E adesso spera che questa iniziativa apra la strada alla redazione di un vero e proprio "statuto" per gli ex-europei di nazionalità inglese, a cominciare dai 46mila residenti nei Paesi Bassi come lui. Va da sé che un codice del genere finirebbe per assumere una validità generale ben aldilà del caso specifico. Farebbe, come si dice, giurisprudenza.
Per questo, consapevole forse che la decisione presa di rivolgersi a Lussemburgo potrebbe aprire una pagina nuova nel diritto comunitario, il giudice "tulipano" Floris Bakels, dopo aver accolto mercoledì la richiesta dei ricorrenti, ha concesso ai loro avvocati una settimana in più per esprimere le proprie considerazioni e commenti. Ma anche per aggiungere eventuali ulteriori quesiti preliminari da trasmettere alla Corte Ue.
Per la verità, nel dicembre scorso, al momento di firmare l'accordo preliminare sui tempi e le procedure successive da seguire per dar corso allo storico voto degli inglesi, la Ue e il Regno Unito hanno dichiarato congiuntamente che i diritti e i vantaggi reciproci dei 3 milioni di europei residenti Oltremanica e del milione di inglesi stabilitisi nel Continente sarebbero stati salvaguardati. Ma come ha dichiarato il prudente mister Huyton citando le parole del suo stesso governo, in una trattativa come questa «nulla è concordato finché tutto non è concordato». Una "dritta" delle eurotoghe potrà dunque facilitare anche il compito di Michel Barnier e David Davis, i due negoziatori ufficiali incaricati di dipanare l'intricata matassa Brexit.
© Riproduzione riservata