Ue, dalla crisi afghana l'ultima decisiva sfida
martedì 7 settembre 2021
La settimana europea del dopo-Kabul, con ben tre consigli dei ministri straordinari convocati sull'emergenza afghana, era cominciata in modo disastroso. Una partenza all'insegna di una dichiarata e prudente realpolitik ma, a dirla con franchezza, ispirata per lo più a cinico egoismo. Solo verso la fine, la maratona ministeriale sembra essersi chiusa con qualche timido segno di speranza. Forse – forse! – l'Unione europea non ha del tutto abdicato ad alcuni dei suoi valori cardine: l'amicizia e la collaborazione fra i popoli, la giustizia internazionale e la difesa dei diritti umani. Ma saranno i comportamenti concreti, nelle prossime settimane e mesi, a doverlo confermare.
Il "triplete" di vertici dei 27 Paesi membri si era in effetti aperto martedì scorso, tra i ministri dell'Interno, che hanno sottoscritto uno dei peggiori documenti mai concepiti. Un testo dove domina un vocabolo – security – riferito però alla sicurezza nostra, in quanto
europei "minacciati" da orde di profughi a rischio di infiltrazioni terroristiche. Una parola usata sette volte, addirittura due in più che nella bozza inizialmente predisposta, secondo fonti giornalistiche di Bruxelles mai smentite. Del tutto assente, per contro, ogni riferimento alla solidarietà, parola accuratamente evitata.
Certo, nella dichiarazione finale non mancava l'assicurazione di voler proseguire l'opera di sostegno umanitario alla popolazione, a forte rischio di persecuzioni e di disastri umanitari. Purché, però, si faccia entro i confini afghani o nei Paesi vicini. Il che, se si pensa che tutti gli Stati dell'Unione sono firmatari della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, era davvero il minimo che si poteva concedere. Nessun cenno neppure a come trattare i circa 300 mila afghani presenti già oggi nel territorio della Ue, dei quali non è stata accettata la richiesta di asilo. Si poteva almeno dare la garanzia che non saranno rimpatriati, come stava avvenendo a ritmo intenso da alcuni anni. Niente da fare. Si può capire, insomma, il "disappunto" del presidente dell'Europarlamento Sassoli e l'amara delusione di Mattarella.
L'indomani, i ministri della Difesa dei 27 si sono misurati con la nostra debolezza strategica di fronte al disimpegno degli Usa dallo scenario afghano. E hanno provato a immaginare un salto di qualità (e di quantità) sul terreno militare e geopolitico, che possa rilanciare l'immagine e il peso internazionale dell'Europa nel suo insieme. Ma per concretizzarlo occorreranno nuove e più incisive tappe, che non si possono dare per scontate, né riguardo al "se" verranno davvero raggiunte né al "come" e per quali fini.
Le uniche tenui luci che potrebbero spezzare l'attuale oscurità dell'orizzonte europeo sono apparse soltanto fra giovedì e venerdì, al termine del terzo "summit" sloveno fra i ministri degli Esteri. Ne è emersa la consapevolezza che la Ue ha un ruolo fondamentale da ricoprire nel vuoto che si è aperto attorno a Kabul. In definitiva, è quello di salvare la faccia propria e dell'intero Occidente. E di farlo, come ricordato più volte dal nostro Capo dello Stato, non più in ordine sparso, ma unita come mai si è mostrata prima. E' una strada obbligata, tanto più dopo che, proprio nei due decenni dell'avventura afghana, l'Unione è cresciuta fino a riunire in sé 27 bandiere. Che non accada all'Europa quanto paventava per l'Italia del 1974 Aldo Moro: «Anche nel crescere e del crescere si può morire».
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