Se la pax del mercato non è che mercimonio privato


Fabrice Hadjadj domenica 18 giugno 2017
Lo spazio pubblico occidentale è caratterizzato da un vuoto stupefacente: la questione del senso è assente (sostituita da quella della crescita economica). Ogni sapienza, ogni questione religiosa è esclusa da quello spazio e rinviata alla "sfera privata". Certamente, però, anche i nostri politici, quando si sbarbano al mattino o nella solitudine della stanza da bagno, sono d'improvviso raggiunti dal loro bisogno di felicità e dall'angoscia della morte. Per questa ragione consultano i loro smartphone pure dentro al cesso. Il ronzio delle news gli è necessario per non sentire il cuore... Per gli antichi, la politica doveva essere il coronamento della vita umana con la celebrazione degli dei della città; adesso è ridotta a sottomissione allo sviluppo materiale, con l'aggiunta di qualche serata di vittoria elettorale animata da un "d.j. techno". Quando si parla oggi di «moralizzare la vita politica» si tratta solamente di deontologia negli affari, perché questa vita politica si trova mani e piedi al di fuori di ogni elevazione morale, con la sua esigenza di giustizia, per fermarsi al livello di soluzione tecnica con i suoi meccanismi di aggiustamento. Come è avvenuto il ripiegamento sulle speculazioni finanziarie di uno spazio che tradizionalmente si apriva ai misteri della storia? Tale ribaltamento risale probabilmente alle guerre di religione. A partire dalla riforma protestante non è stato più possibile riconoscersi in un re cattolico. Lo Stato, in questa nuova situazione di pluralismo religioso e per evitare ciò che sembra il peggio, la guerra civile, non può manifestare più nessun credo, ma solo la sua neutralità rispetto a ogni concezione trascendente del bene. Ma come fanno a discutere tra loro, in uno stesso spazio pubblico, persone che non vogliono più affrontare temi decisivi? Riducendo tutte le loro conversazioni a questioni di commercio. Mettendo al posto della chiesa la piazza del mercato. Dove non c'è più comunione, resta il commercio. Esso solo permette di evitare la guerra aperta. Ritornano qui alla mente le pagine di Montesquieu, riprese poi da Kant e da tutti gli artefici di "progetti di pace perpetua": «Il commercio guarisce dai pregiudizi distruttori, ed è quasi una massima generale che ovunque vi sono costumi miti, v'è commercio; e che ovunque v'è commercio, vi sono costumi miti. […]L'effetto naturale del commercio è di portare alla pace. Due nazioni che commerciano insieme si rendono reciprocamente dipendenti: se una ha interesse di acquistare, l'altra ha interesse di vendere; e tutte le unioni sono fondate su bisogni scambievoli». Gli eurocrati che si vantano di aver creato un mercato di 500 milioni di consumatori potrebbero sembrare cinici, ma, nella loro prospettiva, chi promuove il liberismo è un costruttore di pace. I cittadini tedeschi e francesi starebbero ancora a farsi la guerra; i consumatori europei non la fanno più perché il francese ha bisogno dell'automobile tedesca e il tedesco del bicchiere di bordeaux. Questa logica estesa alla mondializzazione conduce a una meraviglia: un capo di Stato europeo, difensore dei valori repubblicani, non avrà difficoltà a stringere la mano di un emiro wahabita, fautore della sharia. La dipendenza reciproca creata attorno al petrolio ci porta a questa dolcezza inattesa: un bacio di Giuda che è allo stesso tempo un bacio di pace. E visto che Gesù è scomparso, sono due Giuda che si baciano e consegnano l'uno all'altro il comfort, le armi e il carburante che le fa funzionare, e guadagnano molti più denari del povero Iscariota che ignorava i business models. Montesquieu tuttavia relativizza la sua prima osservazione: «Se lo spirito del commercio unisce le nazioni, non unisce al pari i privati. Vediamo che nei Paesi dove si vive solo preoccupandosi del commercio, si fa traffico di tutte le azioni umane, e di tutte le virtù morali: le più piccole cose, quelle che l'umanità esige, vi si fanno e vi si danno per denaro». Il rovescio della medaglia della pacificazione internazionale corrisponde dunque a una prostituzione generalizzata. La sicurezza è acquisita mediante la riduzione di ogni bene a valori monetizzabili. Montesquieu dirà nel seguito che il commercio non preserva dal «brigantaggio» impedendoci l'accesso alla virtù. E in precedenza aveva affermato tale ambivalenza: «Le leggi del commercio perfezionano i costumi, per la ragione che queste stesse leggi rovinano i costumi. Il commercio corrompe i costumi puri. Era il motivo delle lagnanze di Platone: esso dirozza e mitiga i costumi barbari, come vediamo tutti i giorni». In altre parole, la pace che si stabilisce attraverso il commercio non può essere altro che una pace tra barbari. La violenza è soltanto spostata, tanto più che il rapporto più favorevole tra le merci esige il rapporto più concorrenziale tra i loro produttori: «È la concorrenza che dà un prezzo giusto alle merci e stabilisce i veri rapporti tra esse». Ma la violenza più radicale non è quella della guerra economica e dei suoi danni collaterali, è quella che respinge il nostro slancio naturale verso la verità lontano dallo spazio pubblico e lo svuota di ogni profondità. Ci sono almeno tre sostituzioni principali che derivano della pacificazione commerciale: Primo: il paradigma del commercio si sostituisce a quello della religione per evitare la guerra civile, come se ogni dibattito sull'essenziale implicasse necessariamente la violenza. Perciò lo spazio pubblico dove la questione religiosa appare il meno possibile è in realtà costituito dalla questione religiosa stessa come da quella cosa che è necessario escludere in quanto minaccia al comfort delle società plurali. Secondo: come dice Jean-Claude Michéa, la sola guerra che il liberalismo può tollerare è la guerra contro la natura: dato che è impossibile pensare a un progresso morale o spirituale comune, il diversivo sostituisce la conversione e non resta altro che mettersi in marcia insieme verso il progresso tecnologico: «L'ideale moderno del progresso si radica molto di più nel desiderio di sfuggire a ogni costo all'inferno della guerra civile ideologica che in un'attrattiva verso un qualsiasi paradiso terrestre». Terzo: dato che il commercio ci rende miti solamente eccitando l'interesse individuale, l'ultima sostituzione è la più radicale. Essa opera un capovolgimento antropologico e persino ontologico: la finalità dell'esistenza non è più dare la vita ma conservarsi e "realizzarsi". Michéa ancora sottolinea: «La modernità occidentale appare come la prima civiltà della storia che abbia intrapreso di fare della conservazione di sé [e non del sacrificio eroico] la prima o addirittura l'unica preoccupazione dell'individuo, l'ideale fondatore della società che egli deve formare coi suoi simili». Ma la preoccupazione della conservazione non può dispiegare il senso di una vita. Ecco che questa ontologia borghese provoca come reazione un'ontologia terroristica, non meno falsa, ma abbastanza comprensibile: l'immolazione viva invece di una conservazione vana. Ed è così che il mite commercio favorisce l'attentato-suicida.
© Riproduzione riservata