sabato 25 febbraio 2023
Luigi Rovigatti: da vescovo restò “Don Luigi” e non ha mai avuto un suo stemma episcopale. Parole sue: «E che ci mettevo, 4 gatti tormentati in un roveto?» Nasce a Monza il 23 aprile 1912. A 18 anni entra al Seminario Romano Maggiore, si laurea in teologia ed è prete dal 1 dicembre 1935, subito viceparroco alla Natività in via Gallia e lì nel 1947 parroco. Metteva insieme tante cose che trovavi divise in molti altri: l’autorevolezza e la cordialità amichevole tra le altre. Un ricordo particolare: in confidenza i suoi consigli, da prete a prete, fratello maggiore a fratello minore: «Non trascurare la tua salute, e non consentire mai al denaro di restare attaccato alle tue mani». Maestro e padre, consultato da Paolo VI per affrontare ritardi e resistenze in diocesi nei confronti del Concilio. Il 29 giugno 1966 è consacrato vescovo, Paolo VI lo volle vicegerente nel 1973, ma lo fu solo per due anni, perché il 13 gennaio 1975, a soli 63 anni il Signore lo richiamò a Sé dopo una malattia dolorosissima che accettò con leggerezza quasi angelica e con il sorriso sulle labbra, a consolare chi costernato lo andava a visitare… Il Papa il 24 novembre 1974 volle recarsi a trovarlo nel suo letto di dolore, in preghiera estrema. “Parroco” modello per il modo di far convivere nella sua comunità preti diversissimi. La sua cura per i viceparroci, quasi materna, è rimasta leggendaria, come la sua capacità di creare in parrocchia una vera aria di famiglia. Vero anticipatore della riforma liturgica del Concilio. Stesso discorso per l’interesse biblico: celebri i suoi “gruppi del Vangelo” già negli anni ’50.
Esemplare e anticipatore il rapporto della parrocchia di Rovigatti con la vita civile e politica. Mai un mescolarsi direttamente ad attività di circoli di partito… Don Luigi anticipò di 30 anni, e in tempi davvero difficili, quella che dopo il Concilio fu detta “la scelta religiosa della Chiesa italiana”. E sappiamo tutti cosa ha voluto dire da noi, negli anni 80 e 90 la scelta opposta a quella detta “religiosa”, da noi, le cui tracce sono nell’assenza attuale, nella vita pubblica di oggi di cattolici esemplari: niente da rimpiangere, quanto a poteri mondani ma il vuoto non appaga nessuno! Alla Natività di don Luigi molto curata la preparazione a Prima Comunione, Confessione e Cresima. Ancora: la Messa al centro di tutto, non solo alla Domenica e con lezioni e conferenze sulla sua realtà sacramentale e liturgica, personale e comunitaria, di formazione e di preghiera. Tutte le Messe della domenica curatissime. Un particolare incredibile: don Luigi volle da sempre che l’omelia avvenisse tra lettura del Vangelo e Credo, e mai con il predicatore che continuava a parlare mentre il celebrante proseguiva fino alla Consacrazione, e talora anche dopo, fino al Pater Noster. Altro: fu tra i primi qui a celebrare comunitariamente i Battesimi, ad abolire le cosiddette “classi” per matrimoni e funerali, e le “tariffe” diversificate. Diceva essenziale «evitare il rumore dei soldi attorno all’altare». Ogni 31 dicembre alla Natività c’era una riunione per la relazione delle attività della parrocchia, con rendiconti economici di entrate ed uscite, tutti in mano a competenti laici, e tutti documentati a disposizione di tutti… Anche in tema di ecumenismo don Luigi fu anticipatore serio e responsabile, e poi da vescovo ausiliare, soprattutto a Tarquinia e Civitavecchia, poté dar maggior respiro alla sua capacità di accoglienza e dialogo, nella luce del rinnovamento conciliare. Ancora: da vescovo, per 9 anni (1966-1975), sempre trasferito ad altro diocesi, sempre ospite discreto e mai padrone di casa, ausiliare prima e infine vicegerente di una diocesi di Roma in via di cambiamenti repentini. Nel 1968 arrivò il nuovo cardinale vicario, Angelo Dell’Acqua, che lo avrebbe voluto a Roma, ma morì presto e lui restò legato a Civitavecchia, in dipendenza da un titolare anziano e non facile da trattare, poi a Porto e Santa Rufina in situazione simile. Infine a Roma vicegerente, carica che accettò solo dopo un primo rifiuto e di fronte all’insistenza dello stesso Paolo VI, ma i tempi, e in particolare a Roma, erano e restarono difficili. “Don” Luigi, anche da vescovo, sempre in una situazione instabile. Lui non se ne lamentò mai sino alla fine, quando la malattia crudele e devastatrice lo portò via. Sorriso e mitezza, fedeltà a Cristo e servizio al popolo di Dio che è la Chiesa, grande autorevolezza e profondità di vita di uomo, prete e vescovo. © riproduzione riservata
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