RistorazioneItaliani popolo di cuochi, ma ora si rischia l'indigestione
mercoledì 18 gennaio 2017
Ma che fine ha fatto quello che era un popolo di naviganti, eroi, poeti e santi? Sarebbe una domanda legittima per qualsiasi persona che, assente dal nostro Paese, si trovi a dover leggere i giornali di un giorno qualunque, per esempio lunedi scorso, dove si evince che siamo ormai un popolo di cuochi. Che è il senso di un libro-lettera al nipote dello scrittore Oliviero Beha dove si chiede: "Come abbiamo fatto a vivere fino ad oggi senza i guru del pensiero gastroalimentare?". A sfogliare quei giornali sembra infatti impossibile, giacché la padella entra nelle stanze della politica e in prima pagina si parla di una legge approvata dalla Camera per regolare i ristoranti fatti in casa, una sorta di Uber della cucina, che a quanto pare sta dilagando. La stretta legislativa prevede solo dieci coperti con pagamenti attraverso carta di credito. E guai a chi sgarra: multe salate (sottotitolo che suona ormai come un ridicolo déjà vu). La prima pagina di un quotidiano locale, ancora, se la guadagna uno chef, Andrea Ribaldone, che lascia il ristorante, dopo nemmeno tre anni. E diventa una "notiziona". Ma che fanno le guide turistiche a Milano? Vanno a scuola dagli chef, perché la cultura gastronomica è un volano - dicono - così "conquisteremo gli stranieri". E mentre aprono gli Eataly (ieri a Trieste), ora è il momento dei facsimili, come La Tavola, Il Vino e La Dispensa alla stazione Termini di Roma, che ha messo in squadra i migliori produttori, artigiani, bottegai, per fare un luogo decisamente superiore ai modelli di Oscar di Farinetti, che ha comunque dato il là. Ma non è finita, perché se qualcuno vuole andare all'origine del cibo può sempre scegliere un pezzo di orto su internet: paga l'affitto, lo fa coltivare e si fa inviare i prodotti che vede crescere sul video. Di tutto e di più fino alla saturazione, perché il rischio è che il troppo faccia venire l'indigestione. E gli stessi locali, che ormai caratterizzano intere vie di una città (Milano è un caso clamoroso), rischiano di non stare tutti sul mercato, anche se molti erano proprio una risposta all'inflazione di ristoranti classici che richiedevano una certa capacità di spesa. Ma vien da chiedersi se ha senso, dopo aver liberalizzato le licenze, assistere a un suicidio economico di tante micro-imprese che hanno investito senza una minima ricerca di mercato. Possibile che proprio negli anni della crisi si registri il record di aperture di locali che danno da mangiare e bere? E se magari qualche trasmissione facesse vedere meno padelle e creasse una sorta di gioco di gestione? È un'idea, anche per far scappare certe voglie e guardare altrove. Con il gelo di questi giorni, per esempio, ho scoperto che nella mia città ci sono pochi addetti alle caldaie. E non potevo certo chiamare un cuoco.
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