sabato 9 luglio 2016
​I convegni sono uno strumento fondamentale per "disperdere" nel vento i semi della cultura ma a volte curano troppo i semi stessi e non il vento quando soffia forte nel tentativo di disperderli. Quello di oggi però è un convegno particolare perché ricco di interventi e di tavoli operativi grazie ai quali è più semplice confrontarsi e capire. E, soprattutto, è uno degli eventi più importanti per chi si occupa di "risorse umane" e sa quanto
questo settore ha bisogno di innovare. Arrivo all’incontro con tante aspettative anche perché tra i relatori ci sono un teologo famoso, uno storico dell’economia "cresciuto" alla corte di Olivetti e un manager di cui si è
sempre detto cose buone. Difatti la discussione si avvia subito verso alcune considerazioni che solo qualche anno fa erano inimmaginabili. Il cuore è la constatazione che oggi per "elevare" le performance delle persone serve lavorare sulla loro umanità e non solo sulle competenze per far si che proprio questa valorizzazione diventi il cuore della relazione interpersonale e lavorativa. Ma ciò che più mi colpisce è una frase di un relatore che arriva ad affermare: «Dobbiamo passare dalla gestione delle risorse umane alla gestione umana delle risorse, perché guidare le persone significa tante volte amarle». Una rivoluzione, anche se solo accennata, un punto di svolta in un mondo che da sempre agisce dapprima su tutto ciò che riguarda il "ruolo" e gli aspetti organizzativi e soltanto poi, e non sempre, sulla persona e le sue relazioni. Ne approfitto per parlarne nella pausa con Giorgio, un amico responsabile di una comunità che da trent’anni si occupa di reinserimento di giovani alle prese con dipendenze attraverso il lavoro in una cooperativa sociale. Parlo a Giorgio di quello che ho ascoltato vinto dall’entusiasmo per le tanta novità e lui mi guarda quasi perplesso. «Vedi Massimo, mi dice, noi ogni giorno abbiamo a che fare con persone che da tempo hanno abbandonato la "normalità" per percorrere strade a volte drammatiche. Non è un giudizio ma un punto di partenza perché il nostro compito è di riportarli nella normalità, di dar loro dignità e far comprendere che in ognuno di noi esiste una ricchezza che va riscoperta e alimentata ogni giorno». Non so bene dove Giorgio voglia arrivare ma conosco la loro storia e lo ascolto attentamente perché spesso nelle storie autentiche ci sono pezzi di verità che sono già divenuti vita. «Per questo motivo, riprende Giorgio, usiamo il lavoro come momento fondamentale della loro rinascita e dedichiamo loro tutta l’attenzione di cui siamo capaci perché ogni piccolo risultato possa divenire uno spunto per migliorare. Solo la nostra capacità di "curarli" amorevolmente può far si che essi tornino ad essere persone mature e responsabili. Nient’altro». Giorgio è una persona silente ma quando finalmente decide di raccontare l’esperienza di chi vive da sempre accanto ad un’umanità spezzata e sofferente, si ferma e d è come raccogliesse i pensieri in un sospiro. «A noi in fondo spetta far tornare nella normalità persone che l’hanno lasciata alle spalle; a voi in azienda di motivare alla straordinarietà persone che hanno la fortuna di essere almeno normali. Non so chi di noi faccia il lavoro più facile, so che entrambe sono una vocazione e un atto d’amore». Resto con il caffè quasi sospeso tra le dita. Il convegno sta riprendendo ma queste parole valgono molto più di tante altre. Così per un attimo mi lascio cullare dalle sue riflessioni, la sensazione che forse la "gestione umana delle risorse", stia proprio nelle sue parole.
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