venerdì 27 ottobre 2017
Ancora don Milani, punto di riferimento obbligato per ogni discorso sulla scuola, sulla pedagogia, e anche su cosa avrebbe potuto essere l'Italia se l'istituzione scolastica (penso alla più malvagia di tutte, l'Università) ne avesse davvero accolto la sua lezione. Una recente antologia degli interventi “storici” più significativi sul priore di Barbiana e sulla Lettera che lui e i suoi allievi scrissero a una professoressa degli anni sessanta dello scorso secolo (Don Milani tra noi, a cura di Gabriele Vitello, Edizioni dell'asino) e un saggio storico di Vanessa Roghi (La lettera sovversiva, Laterza) di agile lettura e appassionata stesura, ricostruiscono in modi diversi la stessa storia: la ricezione della lettera da parte della cultura, della scuola, delle istituzioni, dimostrandone la vitalità e l'importanza. La ricostruzione della Roghi è a suo modo una storia della società italiana e delle ambiguità e storture che essa si trascina dietro, ma anche della pigrizia, del conformismo, della viltà della cultura ufficiale, quella che ha finito per dominare e ha finito anche per svilire o distruggere la nostra scuola tra stupidità burocratica e assenza di visione. Si tratta dunque di libri appassionanti anche perché, a mio parere, riaprono un discorso sullo stato di una scienza tremendamente decaduta, la pedagogia. E in questo senso mi sembra giusto segnalare un altro libro recente, breve e intensissimo, delle edizioni Edb, di un emerito pedagogista, Andrea Canevaro, sulla cui capacità di ritrovare il fiato e l'entusiasmo del passato nutrivamo dei dubbi. Il suo libro si intitola Il ragazzo selvaggio. Handicap, identità, educazione. Riguarda l'handicap, e parte dalla storia di Victor, il “ragazzo selvaggio” dell'Aveyron – un caso famoso del tentato recupero di un bambino abbandonato nella foresta, allevato dai lupi e ritrovato adolescente che colpì l'immaginazione dell'800 europeo, e da cui Truffaut trasse un film che mi sembrò a suo tempo, in tema di recupero, un po' troppo ottimista. Ma Canevaro ne trae il pretesto per divagazioni, allargamenti e riflessioni colte e convincenti, che allargano la nostra comprensione su temi pedagogici cruciali quali l'identità, l'adattamento, le ambiguità di ogni educazione e di ogni educatore per il ruolo insieme costrittivo e necessario della sua azione. Fino a che punto si deve essere costrittivi, come si può evitarlo, quale la giusta strada? Al fondo, è il tema antico del rapporto tra educazione e democrazia,
convivenza civile, che ogni volta si ripropone, e Canevaro lo sa e sa divagare con cultura e intelligenza, allargare il discorso, e, con qualche titubanza, riportarlo all'oggi. La Roghi è più decisa nella difesa del modello studiato, nella forza ancora odierna della Lettera, e nel discorso sull'oggi. L'importante è che da più parti si ricominci a parlare di pedagogia e a discuterne avendo presente il tempo in cui viviamo e le sue necessità, diciamo pure il suo disastro. La Roghi è una storica, Canevaro un pedagogista che sa molto di psicologia, ed è da lui che la pedagogia deve aspettarsi di più, oltre i compromessi che ha accettato in passato, lui come tanti.
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